Diritti

Airbnb e razzismo: un problema ancora aperto

Il colosso degli affitti cambia policy (per adesso solo in Oregon): scelta che nasce da una causa legale. Ma il problema è più vasto, come già confermato da una ricerca dell’Università di Harvard
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7 gennaio 2022 Aggiornato alle 19:00

Accuse di razzismo? Non è la prima volta che Airbnb si trova a fare i conti con segnalazioni di questo tipo. Una delle più recenti riguarda la causa intentata da tre donne afroamericane di Portland, in Oregon, contro un uso improprio e discriminatorio di nomi e fotografie sul portale. Il processo si è chiuso nel 2019, con una sentenza che ha riconosciuto l’avvenuta violazione della normativa statale sull’accessibilità degli alloggi. Come conseguenza, a partire dal 31 Gennaio 2021, la società ha annunciato un cambio di policy: gli host (ndr, i privati che caricano sul sito gli annunci di stanze o appartamenti affittabili) non potranno visualizzare i nomi completi e le foto profilo degli utenti interessati a concludere l’affare, sino alla conferma della prenotazione. L’ipotesi di eliminare del tutto nomi e foto è stata invece scartata, perché entrambi considerati elementi importanti per aiutare gli utenti - affittuari e ospiti - a connettersi fra loro e rafforzare così il senso di community sul sito.

L’aggiornamento, fa sapere il colosso degli affitti online, riguarda almeno per ora solo lo stato dell’Oregon e sarà in vigore per i prossimi 2 anni. È un cambiamento incoraggiante, ma probabilmente non sufficiente a risolvere una dinamica molto più diffusa. I reclami contro la discriminazione razziale su Airbnb non sono infatti insoliti, purtroppo: già nel 2015 era stato coniato l’hashtag #AirbnbWhileBlack per denunciare i pregiudizi razziali subiti da numerosi utenti della piattaforma. Le esperienze riportate erano fra loro simili: gli utenti raccontavano di essersi visti rifiutare ripetutamente tentativi di prenotazione per alloggi che sul sito risultavano invece disponibili. A far partire la campagna era stata Quirtina Crittenden, una consulente aziendale di Chicago, all’epoca poco più che ventenne. La giovane aveva messo in atto un esperimento: sostituendo la propria immagine del profilo con un generico paesaggio urbano e abbreviando il proprio nome da “Quirtina” a “Tina”, la ragazza aveva ricevuto un trattamento del tutto diverso, riuscendo molto più rapidamente a concludere le prenotazioni.

Uno studio di Harvard del 2016 confermava questo genere di testimonianze, rivelando come i nomi tipicamente afroamericani avessero il 16% in meno di probabilità di essere accettati dagli host. Un gruppo di ricercatori della Harvard Business School aveva esaminato 6.400 annunci di Airbnb in 5 città statunitensi (Los Angeles, Dallas, Baltimora, St Louis e Washington). L’obiettivo era quello di analizzare il fenomeno del razzismo nell’ambito della cosiddetta “sharing economy”. Bene: è risultato che la stessa richiesta proveniente da due account simili generava reazioni molto diverse a seconda dell’etimologia del nome e del colore della pelle della persona in foto. Era inoltre emerso che gli affittuari neri avevano meno possibilità di guadagno e che, di contro, le persone bianche sceglievano più facilmente di non concludere l’affare nel caso l’abitazione risultasse di proprietà di un soggetto afroamericano.

A dirla tutta, Airbnb non è rimasto inerme. Da diversi anni, il sito per gli affitti online più cliccato al mondo richiede al momento della registrazione sulla piattaforma di accettare l’impegno della community a “trattare gli altri senza discriminazioni e con rispetto„. A partire dal 2020, ha lanciato poi Project Lighthouse, un’iniziativa volta a monitorare il fenomeno dei pregiudizi razziali sul proprio portale, in collaborazione con Color Of Change e altre organizzazioni per i diritti civili.

Sono sfide comuni a tutte le piattaforme digitali emergenti: la disciplina legislativa fatica a stare al passo con i problemi e le esigenze in continua evoluzione degli strumenti informatici. In questo senso, “prendere le misure” alla discriminazione è fondamentale per combatterla e sradicarla, secondo Johnny Mathias, vicedirettore senior della campagna per la giustizia razziale di Color of Change. Le parole d’ordine per Airbnb e altre società dovrebbero essere quindi “monitoraggio” e “trasparenza”: occorre verificare periodicamente la situazione, e rendere pubblici gli esiti di queste indagini.