Diritti

Per un’agenda (verde) responsabile

C’è chi suggerisce di orientare la campagna elettorale su politiche ambientali, necessarie per il nostro futuro. Perché sì, occorre riorientare l’agenda politica, a partire da noi. A partire dal voto
Credit: Bernard Hermant/unsplash
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26 luglio 2022 Aggiornato alle 06:30

Nuova crisi, nuova campagna elettorale, nuovo contesto in cui tutto questo avviene. Non solo, nel mezzo dell’estate, ma nel mezzo di un’estate rovente. Si dice, una delle più calde di sempre.

Può non stupirci, allora, che alcuni esponenti politici suggeriscano di incentrare la campagna elettorale sulla cosiddetta agenda verde, mettendo al centro (per una volta, forse seriamente) le politiche ambientali necessarie ad assicurare un futuro vivibile alle nostre figlie e ai nostri figli.

Globalizzazione e ambiente

In un importante articolo pubblicato sulla Harvard Business Review, si mette in luce senza possibilità di fraintendimenti l’impatto determinante che la globalizzazione ha esercitato sul deterioramento ambientale. In particolare, se ne evidenziano tre aspetti dai quali anche la nostra agenda politica dovrebbe ripartire.

Il primo: la globalizzazione ha determinato un considerevole incremento dei trasporti di merci a tutti i livelli, sia nazionali che internazionali, aprendo in particolar modo, rispetto ai modelli precedenti, verso mete più lontane. E questo è vero non solo per i beni finiti, che vengono trasportati nei mercati sui quali saranno venduti, ma è vero anche per le varie componenti dei beni (i cosiddetti beni intermedi), che viaggiano avanti e indietro tra i Paesi emergenti ai Paesi avanzati delle case madri.

Il secondo: la globalizzazione si basa su uno dei grandi pilastri della teoria economica, ovvero sulla specializzazione. Sotto il profilo delle materie prime, questo può portare a uno sfruttamento intensivo che manca completamente di strategia e di visione a lungo termine. È quello che accade, per esempio, in Brasile con la deforestazione o anche nel sud dell’Asia con la pesca intensiva.

Infine, la tendenza che stiamo osservando è quella di una riduzione progressiva della biodiversità. L’incremento delle emissioni di gas, l’acidificazione degli oceani, la deforestazione e l’introduzione di specie invasive (anche quest’ultima come effetto del trasporto di merci: germi e funghi viaggiano insieme ai container) sono tutte forze che spingono verso la riduzione della biodiversità.

Di chi è la colpa?

Di fronte a temi di queste dimensioni, tendiamo a proiettare le responsabilità al di fuori di noi: le multinazionali sono cattive e senza scrupoli, i governi sono deboli e corruttibili. Il che può anche essere vero.

Ma la realtà è che, se abbiamo più di 20 anni, abbiamo noi per prime e primi contribuito a questo sistema. Abbiamo acquistato beni che non ci servivano veramente perché il loro prezzo era troppo invitante, ce ne siamo disfatti con troppa leggerezza, abbiamo alimentato un modo di produrre che non teneva (e che tuttora non tiene) in nessuna considerazione il senso di responsabilità individuale e collettiva. Dal 1990 al 2021, il valore dei consumi mondiali si è più che quadruplicato. E questo l’abbiamo fatto noi.

Responsabilizziamoci

Come sempre su La Svolta, insieme ai problemi cerchiamo di parlare di soluzioni.

Perché se è vero che la situazione è grave, è anche vero che non tutto è perduto. Ma non possiamo più rimandare e questo, secondo le esperte e gli esperti, è un fatto.

«Nell’epoca dell’economia circolare cambiano i ruoli dei tradizionali attori sociali - dice Rossella Muroni - I cittadini smettono di essere semplici utenti consumatori e diventano autoproduttori di energia pulita e fornitori di materie riciclabili con la raccolta differenziata. È a questa società circolare che bisognerebbe parlare e offrire una rappresentanza di nuovi bisogni e desideri. Una società circolare in cui competenze, talenti e disponibilità al cambiamento diventino valore comune».

Come consumatrici e consumatori, è il momento di smetterla di cedere all’acquisto compulsivo. Prima di farlo, ogni volta è necessario chiedersi se davvero ne abbiamo bisogno, se non potremmo scegliere un’opzione meno impattante sotto il profilo ambientale, ma anche sotto quello dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Come elettrici ed elettori, è il momento di farsi sentire. Il voto è lo strumento più prezioso che abbiamo, esercitarlo è atto di profonda responsabilità e di un senso civico quanto mai necessario. E la politica va (spesso) dove trova il consenso.

Occorre riorientare l’agenda politica, a partire da quella italiana, rimettendo al centro il senso di responsabilità. Ora, mi rendo conto che questo non sia un argomento particolarmente facile da spendere, in una campagna elettorale dove si può vincere a suon di mojito. Ma una parte del Paese è pronta. E deve iniziare a farsi sentire.

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