Culture

Riscaldamento globale: il mondo della musica ora fa sul serio

Major ed etichette indipendenti per una volta unite: per riuscirci, ci voleva una buona causa
(Katherine Auguste)
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25 dicembre 2021 Aggiornato alle 07:30

Ogni tanto, quando il mondo della musica si unisce per davvero, può fare la differenza; o almeno, lasciare una profonda traccia nell’immaginario collettivo. Certo, Woodstock non ha portato a una società anticapitalista guidata dal Flower Power, e poco meno di vent’anni dopo il Live Aid – uno dei più grandi eventi televisivi di sempre, quasi due miliardi di persone incollate davanti agli schermi – non ha risolto il problema della malnutrizione e della povertà in vaste zone dell’Africa. Ma di sicuro questi eventi hanno messo pesantemente sul piatto dei temi che altrimenti sarebbero rimasti minoranza, nicchia, discussione da specialisti.

Ecco: ciò che può succedere con l’effetto serra e con l’innalzamento globale delle temperature è tutto tranne che una discussione da specialisti, da fissati. È assurdo come ancora adesso questa percezione, anzi, questa certezza assoluta non sia per niente patrimonio comune, derubricando sempre la questione a “futuribile” o “non urgente” (…fino a quando non sarà troppo tardi). Segnaliamo allora volentieri una mossa non banale dell’industria discografica intera: caso raro, rarissimo in cui le major e le etichette indipendenti decidono di lasciar da parte differenza e rivalità e si uniscono per una causa comune. Non è successo nemmeno per combattere il fenomeno della pirateria, che ha eroso per anni margini e profitti (poi recuperati imparando a “cavalcare” economicamente la musica “liquida” degli streaming), succede ora per l’ambiente.

È stato infatti firmato un patto reciproco tra Sony, Universal, Warner (le “tre sorelle” della discografia major) e le più importanti etichette indipendenti internazionali. Il Music Climate Impact rappresenta un impegno reciproco a ridurre del 50% entro il 2030 e del 100% entro il 2050 (stesso schema del programma Race To Zero proposto dall’ONU) l’emissione dei gas responsabili dell’effetto serra. Non solo: i contraenti si impegnano a domandare lo stesso anche ai partner di riferimento principali (Spotify e gli altri servizi di streaming a esempio, che coi loro server sono un peso ambientale non da poco).