Culture

Wilma Labate, una regista che racconta le donne

Nel corso della sua carriera non ha mai avuto timore di scavare nel mondo femminile. E così è stato anche per il suo ultimo film, “La ragazza ha volato”. Come ha raccontato a La Svolta
Dal film La ragazza ha volato di Wilma Labate, con Luka Zunic e Alma Noce.
Dal film La ragazza ha volato di Wilma Labate, con Luka Zunic e Alma Noce. Credit: Foto di Aliocha Merker
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25 giugno 2022 Aggiornato alle 11:00

Dopo esser stato presentato a Venezia78 nella sezione “Orizzonti Extra”, è arrivato in sala il 23 giugno con Adler Entertainment, La ragazza ha volato, l’ultimo film di Wilma Labate, basato su uno script dei fratelli DInnocenzo.

Nadia (Alma Noce), ci racconta la sinossi ufficiale, «è unadolescente scomoda che vive a Trieste, città di confine tra tante culture, un luogo spazzato da un vento potente, in cui la protagonista cresce coltivando una solitudine da cui uscirà in modo inatteso».

La regista ha acutamente spiegato nelle note di regia un nodo chiave: siamo in «una Trieste sconosciuta ai turisti con un porto in perenne crisi ma tuttora vivo, con i cantieri affollati di mano d’opera indiana e cargo e traghetti in partenza per l’oriente. Un traffico rarefatto ma che ancora porta in città l’estraneo, il nuovo. Il luogo giusto».

«Ma la storia è universale e potrebbe essere ambientata in qualsiasi città, grande o piccola, italiana o estera; la vita è molto più contraddittoria della finzione. Non c’è spazio per il giudizio; è necessario aprirsi in un ritratto che punta allinterno e mai allesteriorità. Perché è la potenza espressiva di Nadia che sostiene la forza narrativa e non lintreccio».

«La messa in scena dei fatti - continua Wilma Labate - non sarà solo una scelta stilistica ma una conseguenza che produce dolore perché il corpo crea verità. E perché Nadia non analizza, vive e soprattutto si lascia vivere in una dimensione di perenne contraddizione, com’è la vita. Come la brutalità di chi la violenta, quella di Brando (Luka Zunic), che denuncia labili tracce di umanità in un ambito di certezze acquisite in fretta e male, e una natura aggressiva quasi autistica. Brando non è la bestia, non fa parte del branco e non è neanche un balordo a tutto tondo ma colpisce più duramente…».

Abbiamo avuto l’occasione di approfondire ulteriormente con la cineasta, che non ha mai avuto timore di scavare nel mondo femminile (citiamo solo alcuni titoli come “Domenica” del 2001 o ancora “Signorinaeffe” del 2005), mostrandoci anche con uno “schiaffo dato con cura” ciò che siamo e lasciando spesso allo spettatore il compito di far sedimentare, riflettere e magari agire.

Si può affermare che abbia scoperto Alma Noce, conferendole questo ruolo intenso e non semplice. Come descriverebbe il suo approccio da attrice, sotto la sua guida, nella parte di quest’adolescente che prende delle decisioni completamente diverse da quelle che ci si aspetterebbe a quell’età?

L’approccio di Alma è stato del tutto istintivo e, a mio parere, giusto; quello mio nei confronti della sua interpretazione è stato di cura e affetto verso l’attrice nel senso che ho curato lei per ottenere il più possibile del personaggio. Per cura, intendo quello che da sempre fanno le donne: curano i vicini, i famigliari, i cari e anche gli estranei.

Si avverte che si è creata un’alchimia particolare, tenendo conto che non era semplice affrontare il tema dello stupro. Nel caso specifico del suo film sembrano più maturi gli adolescenti, i quali, a loro volta, fanno maturare gli adulti.

La protagonista ha un’evoluzione nel corso della storia e arriva, anche inconsapevolmente - ma non ha importanza - alla autodeterminazione, cioè allo scegliere ciò che a lei sembra la cosa più giusta: questo è un volo. Durante lo svolgimento abbiamo dei momenti di panico perché temiamo che opti per un altro tipo di volo; nel finale spicca il volo invertendo il proprio destino - e con ciò non significa che trascorrerà una vita priva di difficoltà, anzi farà i conti con maggiori problemi, però andando verso ciò che ha voluto fare.

È come se nel corso del film si fosse ascoltata e poi abbia deciso di cambiare rotta.

Sì e questo è ciò che dovrebbe fare ogni ragazza.

A proposito di diritti: cosa si potrebbe fare per riuscire a supportare, in questo caso, gli adolescenti che si ritrovano in una situazione simile?

Bisogna che li si accompagni, però, rispettando le loro istanze e non imponendo né dando solo delle indicazioni perché non può bastare. L’adolescenza è detta “l’età ingrata” poiché c’è molta sofferenza. Il problema dei diritti si risolve, ancora una volta, con la cura, che è a cura delle donne: questo è il bagaglio e il destino che si portano, tant’è che tra i diritti di cui abbiamo parlato tante volte ci vorrebbe il salario. È un lavoro vero e proprio, molto costoso sul piano dell’impegno, dell’intelligenza, dell’applicazione e della fatica.

A suo parere, la madre lo deve imparare a sua volta o c’è una predisposizione?

Sì, anche se molta predisposizione le donne ce l’hanno per istinto e per appartenenza storica.

Si è sottovalutato il periodo del covid come conseguenze psicologiche ed è stato incredibile quanto si sia dibattuto tanto per offrire il supporto psicologico, in primis agli adolescenti. Come se anche dietro al diritto alla cura ci siano ancora dei tabù da scardinare.

Esistono dei tabù e dei pregiudizi ancora giganteschi rispetto a un accudimento psicologico per cui si sente ancora dire: “mio figlio non ci va perché non è matto” oppure “ho paura, chissà in quali mani finisce”.

Come mai è ancora così radicata questa forma mentis?

Non abbiamo una tradizione antichissima come quella, per esempio, dell’Argentina, dove persino Papa Francesco - il quale è cattolico per definizione - ha ammesso pubblicamente di aver fatto un periodo di psicoanalisi e dichiararlo è stato un atto molto rivoluzionario. L’Italia è arrivata abbastanza tardi, appartiene alla vecchia Europa, ma in Germania, Svizzera, Austria e in parte in Francia la tradizione non è stata tanto un tabù. Da noi è stata più dura affinché passasse, ma è accaduto, certo per uno strato sociale maggiormente colto, intelligente, più aperto di mentalità».

In virtù di ciò che si sta cercando di fare, a esempio con U.N.I.T.A. (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo), come lavoratrice dello spettacolo ci sono dei punti cruciali che dovrebbero essere affrontati finalmente?

Guadagnano molto di meno rispetto agli uomini (e sul piano numerico della popolazione le donne sono di più di loro) e questo è già un punto fondamentale. Per le autrici che propongono storie di donne è molto più difficile in quanto hanno grande difficoltà a passare allo step successiva, vista l’idea che si è costruita nel mercato del cinema per cui le figure femminili sono ancora raccontate pochissimo e da pochissime donne… la percentuale delle cineaste è molto bassa, ma non solo in Italia, anche negli Stati Uniti, dove sono più organizzate e agguerrite, ma ancora molto poche. Non credo, purtroppo, che ci sarà mai una parità.

Ripensando alla sua filmografia e a “La mia generazione”, da cui sono trascorsi ventisei anni, cosa pensa che quell’opera abbia rappresentato a livello culturale-sociale? Ha lasciato un segno negli altri e in lei?

Se abbia lasciato un segno non posso dirlo io; senz’altro se n’è parlato molto, anche in termini molto polemici. Per quanto riguarda la mia carriera sono contenta di averlo realizzato, pur non essendo stato semplice poiché, per molto tempo, mi è rimasta addosso quest’etichetta della regista che sceglie degli argomenti discussi e complessi… a me francamente fa piacere.

Rilanciando l’idea del volo, chi le ha dato la forza di continuare su questa via?

Forse un’immaturità giovanile, mi è rimasto un senso di incoscienza che si ha a una certa età, che non potrei più permettermi, ma che, evidentemente, ancora sento.

Tornando a “La ragazza ha volato” e pensando di rivolgerci a una fascia d’età giovane, tenendo pure conto del problema delle sale cinematografiche che stanno soffrendo, se dovesse parlare direttamente a questa generazione: perché dovrebbe andare in una sala, d’estate e vederselo al cinema?

Perché le emozioni vanno condivise e non vissute individualmente. Siamo a questo punto perché, purtroppo, molto spesso, i giovani spendono ore e ore della loro giornata davanti a uno schermo, da soli e hanno perso il senso della collettività. In una sala in cui si è in tanti, al buio, in silenzio, concentrati, il cervello e le emozioni pulsano; nella propria camera no perciò la sala non deve morire perché se ciò avviene, muore anche il cinema.

Tra le tante sfaccettature che ha raccontato dell’essere donna, c’è un aspetto che le preme per un prossimo progetto?

Se mi sarà data la possibilità, continuerò a raccontare le donne semplicemente perché, forse, le so narrare meglio e sono convinta che le figure femminili siano territorio di racconto molto più ricco.

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