Ambiente

A che punto siamo col riciclo della plastica

Nel 2021 il comparto ha registrato una crescita pari al 67% del fatturato. Ma il Paese sconta un ritardo della filiera, a partire dagli impianti che penalizzano il Centro-Sud, e fatica a stare al passo con l’Europa
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27 giugno 2022 Aggiornato alle 07:00

Nel 2021, dopo la battuta d’arresto della pandemia di Covid-19, l’economia circolare rappresentata dal settore del riciclo meccanico della plastica ha registrato una crescita del fatturato del 67% rispetto all’anno precedente, con entrate pari a circa un miliardo di euro.

È quanto si apprende dal Rapporto sul riciclo meccanico delle materie plastiche realizzato da Plastic Consult e presentato a Roma il 16 giugno da Assorimap, l’Associazione Nazionale Riciclatori e Rigeneratori di materie plastiche.

L’aumento dei ricavi si deve in parte all’impennata dei prezzi delle materie prime dovuta alla crisi delle forniture, ma è significativo che il volume prodotto dagli impianti di riciclo post-consumo – ovvero considerando solo i rifiuti plastici a fine vita ed escludendo gli scarti industriali – hanno visto una crescita del 17% rispetto al 2020 attestandosi a circa 800 mila tonnellate.

La filiera

Quella del riciclo meccanico è solo uno delle fasi che portano alla rigenerazione e al riciclaggio delle materie plastiche. La prima fase, infatti, è quella della raccolta dei rifiuti da parte degli operatori specializzati, che provvedono al loro stoccaggio presso i centri di raccolta regionali e gli stabilimenti per il riciclo.

Qui avviene il processo di selezione attraverso operazioni come la rimozione di oggetti ingombranti, il disimballaggio, la vagliatura e la separazione degli imballaggi rigidi da quelli flessibili. L’imballaggio viene poi triturato attraverso la fase di macinazione meccanica a cui segue il lavaggio, a caldo o a freddo a seconda del materiale.

I materiali sminuzzati vengono quindi introdotti in una vasca d’acqua dove avviene una separazione fisica per galleggiamento, o “flottazione”, a seconda della loro densità. Infine l’asciugatura, in seguito alla quale l’imballaggio è stato trasformato in una Materia prima seconda (Mps) pronta per essere reimmessa nel sistema produttivo.

Gli attori

Oggi il comparto nazionale delle aziende attive nel riciclo della plastica conta circa 10.000 addetti e oltre 350 imprese, escluse le società di raccolta rifiuti urbani indipendenti o di proprietà delle multiutility locali. Tra queste vi sono circa 200 produttori di Mps, che comprendono anche le attività connesse al riciclo pre-consumo.

L’analisi di Assorimap si concentra invece sui circa 80 impianti attivi nel riciclo meccanico della plastica post-consumo. Di questi circa il 70% è concentrato al Nord, con una presenza del 40% solo nel Nord-Ovest e in particolare in Lombardia, mentre il Centro Italia si attesta al 10% a fronte del 20% di Sud e Isole.

Quanta plastica ricicliamo

La plastica rappresenta circa il 12,5% del totale dei rifiuti urbani prodotti ogni anno. La quota maggioritaria, come si apprende dall’ultimo rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), è costituita dagli imballaggi, che coprono circa il 95% della frazione raccolta.

Secondo i dati diffusi da Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica), nel 2021 la raccolta conferita ai centri di selezione è stata pari a 1.475.000 tonnellate, con un aumento del 3% rispetto al 2020.

Ad essere coperti dal servizio sono il 96% dei Comuni italiani, con una raccolta pro capite media annua di 24,9 kg per abitante. In testa Umbria e Sardegna, rispettivamente con 32 e 34 kg.

Per gli imballaggi vale la Responsabilità estesa del produttore, in base alla quale le aziende produttrici pagano il contributo ambientale che viene destinato al finanziamento della corretta gestione dei rifiuti a cominciare dalla raccolta differenziata dei Comuni.

“Per tutti gli altri oggetti in plastica non esiste un’analoga misura che ne consenta la giusta valorizzazione”, spiega l’Ispra. Per questo, anche se la raccolta è cresciuta in modo costante e oggi l’Italia recupera circa il 93% della plastica immessa al consumo, ad essere riciclato è solo il 48,7%.

Una percentuale che scende al 41,1% se si applica il nuovo metodo di calcolo europeo in vigore dal 2020, che considera solo i rifiuti immessi a tutti gli effetti nel processo di riciclaggio ed elimina le eventuali perdite che potrebbero verificarsi nel corso della filiera.

Cosa dice l’Europa

Le percentuali nazionali confermano che l’Italia è più virtuosa della media europea, dove secondo i dati di Plastics Recyclers Europe vengono recuperate 9 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica a fronte delle 30 generate ogni anno dall’Ue.

A incidere anche il calo delle esportazioni, dovuto allo stop imposto dalla Cina a partire dal 2018 e al rafforzamento dei controlli nell’ambito della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento.

Tuttavia la plastica è l’unico settore merceologico in Italia a non aver ancora raggiunto gli obiettivi minimi fissati da Bruxelles nel Pacchetto Economia Circolare, noto anche come Pacchetto Rifiuti, che prevede il 50% di riciclaggio della frazione entro il 2025 e il 55% entro il 2030.

La direttiva Sup sulle plastiche monouso (Single Use Plastic) adottata nel 2019, inoltre, stabilisce un contenuto minimo di materiale riciclato del 25% al 2025 per le bottiglie in Pet e del 30% nelle bottiglie di plastica per bevande al 2030. Per tali prodotti è fissato un obiettivo di raccolta differenziata pari al 77% entro il 2025 e al 90% entro il 2029.

Per ottemperare alla plastic tax imposta dalla Consiglio dell’Ue, infine, i singoli Stati membri dovranno pagare 800 euro per ogni tonnellata (0,8 al kg) di rifiuti plastici da imballaggio non riciclati.

Secondo l’ultima legge di bilancio, che ha rinviato la sua entrata in vigore al 1° gennaio 2023, l’Italia potrebbe trovarsi a sborsare circa 800 milioni di euro.

«È come pagare l’affitto all’Europa invece di comprare casa in Italia», sintetizza Paolo Glerean, consigliere di Plastics Recyclers Europe. «In assenza di ulteriori e costanti investimenti da parte di tutta la filiera (in particolare ai livelli della raccolta e della selezione) difficilmente potranno essere raggiunti gli obiettivi europei», conclude il rapporto di Assorimap.

Le soluzioni

Le misure messe in campo dal governo sono diverse, a partire da quelle approvate a marzo dal Piano per la transizione ecologica. Entro fine giugno, inoltre, è attesa l’entrata in vigore dei decreti relativi alla Strategia nazionale per l’economia circolare e al Programma nazionale per la gestione dei rifiuti.

Tra le iniziative un sistema digitale per migliorare la tracciabilità dei rifiuti, incentivi fiscali per supportare l’utilizzo di Mps, una revisione del sistema di tassazione che promuova il riciclo a fronte dello smaltimento in discarica, la riforma dei sistemi di Responsabilità estesa del produttore e il rafforzamento degli strumenti normativi esistenti, come la legislazione End of Waste e i Criteri Ambientali Minimi.

«È necessario promuovere una maggiore circolarità della materia, aumentando i tassi di riciclo. Obiettivi che auspichiamo vengano perseguiti tramite specifiche iniziative in grado di agevolare le produzioni ecosostenibili di beni e imballaggi e, soprattutto, a partire da un maggiore sviluppo impiantistico», sostiene Walter Regis, Presidente di Assorimap.

Che da rappresentante della categoria corregge il tiro degli ambientalisti più oltranzisti: «Bisogna porre il recupero delle materie al centro della transizione ecologica e rifuggire da visioni massimaliste che invocano un mondo plastic free nell’immediato».

E si toglie il sassolino nella scarpa allacciata dall’Europa: «Il riciclo della plastica rappresenta un’eccellenza italiana e un patrimonio industriale che occorre tutelare certamente più di quanto sia avvenuto con il Pnrr, che non ha valorizzato tutte le potenzialità del settore».

Per riuscirci, il direttore di Plastic Consult Paolo Arcelli auspica una normativa a livello nazionale «che prescriva quantitativi minimi di materiali riciclati» all’interno del prodotto. Tale normativa, secondo Arcelli, «farebbe da volano per una crescita armonica del settore».

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