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Transizione energetica: dove siamo in Italia?

Il nostro Paese alterna momenti di popolarità a lunghi silenzi. Dopo una rapida partenza nel 2014, è seguito un incremento negli ultimi due anni solo dell’1,3%
Credit: Social Income / Unsplash
Tempo di lettura 7 min lettura
27 giugno 2022 Aggiornato alle 09:00

Tra gli argomenti diventati ormai quasi di dibattito quotidiano, c’è sicuramente la transizione energetica. Uno dei primi obiettivi del Pianeta è ridurre le emissioni dei gas a effetto serra, per salvaguardare l’ambiente e contrastare il cambiamento climatico e i suoi drammatici effetti.

Proprio a causa di questo cambiamento e del surriscaldamento globale, nel 2020 la temperatura media è aumentata di circa 1,02 gradi rispetto a quella del 1950-1980. Questo ha portato allo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari, l’aumento di fenomeni come la desertificazione, gli incendi, le inondazioni e gli uragani.

Gli scienziati sono d’accordo nell’attribuirne la causa di questi cambiamenti climatici alle emissioni antropiche di gas a effetto serra in atmosfera, che andrebbero ridotte il più possibile.

Per far questo, l’unica soluzione è al momento la transizione energetica, un processo già in atto ma che necessita di una decisiva accelerazione. Ma a che punto siamo con la transizione energetica in Italia?

D’obbligo prima spiegare cos’è la transizione energetica e la sua definizione.

Cos’è la transizione energetica

La transizione energetica per definizione è il passaggio dall’utilizzo di combustibili fossili per la produzione energetica, come petrolio, gas e carbone, alle fonti di energia rinnovabili, considerate più efficienti e meno inquinanti. Questo per modificare il sistema di produzione, distribuzione e di consumo dell’energia, per eliminare le fonti energetiche non rinnovabili e altamente inquinanti in favore di tecniche di risparmio energetico e di sviluppo sostenibile. Le fonti rinnovabili principali sono quella idrica, eolica, solare, biomassa, geotermica e mareomotrice.

Questa transizione dovrebbe essere portata avanti con diversi approcci in parallelo per eliminare la dipendenza da combustibili fossili, grave problema soprattutto dopo l’attuale situazione geopolitica europea e del consumo degli utenti, nella sua distribuzione e conservazione.

Per effettuare questo passaggio serve la sostituzione degli impianti produttivi, oppure della loro conversione, per avere una produzione più efficiente con meno impatto ambientale. Dall’altra parte di possono migliorare i sistemi utilizzati dai consumatori, come l’utilizzo di tecnologie a risparmio energetico o in generale più efficienti.

La transizione energetica se compiuta nel modo corretto, dovrebbe portare energia pulita all’ambiente e non solo. A questa si lega anche il concetto di decarbonizzazione, la riduzione delle emissioni di CO2 legate ai consumi di energia che producono effetti pericolosi sull’ambiente.

Secondo gli esperti le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, portate dalla transizione energetica, arginerebbero gli effetti del cambiamento climatico. Ci farebbero raggiungere infatti il 90% della riduzione di carbonio necessaria a limitare l’emissione di CO2 nell’aria.

Per perseguire questi obiettivi di decarbonizzazione e transizione energetica sono stati individuati 6 pillar fondamentali, secondo l’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, su cui bisognerebbe concentrare tutti gli interventi. Su tutti importante la produzione di energia rinnovabile, con attenzione all’idrogeno come nuovo vettore energetico, l’adeguamento e ammodernamento delle infrastrutture di rete e l’efficientamento energetico, con forte spinta della digitalizzazione. Importante anche la mobilità sostenibile, lo sviluppo delle comunità energetiche e l’adozione di modelli di economia circolare.

Transizione energetica pro e contro

Esistono nella transizione energetica dei pro e contro, cerchiamo di analizzarli.

Il primo vantaggio è quello già citato e quindi quello di combattere i cambiamenti climatici in modo efficace e limitare l’aumento del riscaldamento globale. Il primo obiettivo della transizione energetica è quello di creare un modello di produzione, distribuzione e utilizzo dell’energia basato sulla sostenibilità ambientale e sulla efficienza energetica.

Poi abbiamo l’utilizzo in fase di produzione di fonti energetiche rinnovabili quindi fonti non esauribili. Per far andare avanti un stabilimento eolico, solare, idroelettrico o geotermico, servono infatti fonti energetiche presenti in natura come il vento, il sole e il calore. Questo limita anche l’impatto sull’ambiente e l’emissione di gas serra.

Un altro fondamentale vantaggio della transizione energetica in Italia è rappresentato dalla garanzia di una certa indipendenza energetica da altri Paesi (come la Russia a esempio) ed evitare situazioni di caro energia e di crisi energetica imprevedibili e onerose, che proprio in questo periodo con la crisi geopolitica dovuta al conflitto russo-ucraino, stanno attanagliando il Paese.

La conseguenza sarebbe l’aumento dei posti di lavoro green jobs, secondo l’Agenzia Internazionale per le energie rinnovabili (IRENA): grazie a questo nel 2050 potrebbero esserci ben 42 milioni di posti di lavoro in più. Come abbiamo visto la transizione energetica, porta avanti un modello di economia circolare, dove l’efficienza energetica assume un ruolo di primo piano, con benefici che vanno da una minore vulnerabilità delle economie interne causata dalle fluttuazioni dei prezzi dell’energia, fino alla ripresa dell’economia con la creazione di nuovo business per aziende e Pmi.

La transizione energetica così com’è adesso possiede ancora degli svantaggi nell’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili. L’imprevedibilità delle fonti, una centrale idroelettrica a esempio che assicura la corrente elettrica a una popolazione, a cui all’improvviso dovesse interrompersi la fonte primaria, cioè il corso d’acqua, si bloccherebbe la produzione di energia. Tra gli svantaggi c’è anche la non adattabilità di queste fonti rinnovabili a tutti i settori come per esempio quello aereo.

Transizione energetica in Italia

La transizione energetica in Italia vive momenti di popolarità alternati a silenzi. Dopo una partenza veloce nel 2014, con il raggiungimento di una quota del 17% di energie rinnovabili tra gli obiettivi fissati per il 2020, è seguito infatti un incremento negli ultimi due anni solo dell’1,3%.

La poca attenzione soprattutto a livello legislativo nei confronti della transizione energetica in Italia ha portato ha portato a poco sviluppo nel settore della sostenibilità ambientale. Cosa molto evidente in questo momento in cui servirebbe maggiore indipendenza dal gas russo, che resta il maggiore fornitore per il nostro Paese.

Uno studio sugli effetti della transizione energetica in Italia, dal titolo “Italy’s Turning Point - Accelerating New Growth On The Path To Net Zero” presenta una stima dei danni che verrebbero prodotti in Italia se dovessimo rimanere ancora immobili verso ai cambiamenti climatici.

Lo studio sviluppato dal Deloitte Economics Institute, dice che “un riscaldamento globale di circa 3°C produrrebbe in Italia enormi danni in termini economici, ambientali e per la salute umana. Infatti, nei prossimi 50 anni le perdite economiche cumulate indotte dal cambiamento climatico per l’Italia potrebbero ammontare a circa 1,2 trilioni di euro rispetto a un contesto in cui il riscaldamento climatico è stato tenuto sotto controllo (+1,5°) grazie a una progressiva decarbonizzazione del sistema economico”.

Lo studio, poi, individua il 2043 come “il punto di svolta, ovvero il momento in cui i benefici della transizione ecologica iniziano a superare i costi. Se l’Italia invece rafforzasse il proprio impegno con adeguati investimenti in innovazione tecnologica, sarebbe uno dei primi paesi in Europa a raccogliere i benefici economici della transizione ecologica”.

Secondo lo studio “il nostro Paese potrebbe iniziare a godere dei ritorni di un’economia moderna, produttiva e pulita, in grado di generare nuovo valore attraverso servizi professionali, soluzioni tecnologiche e opportunità di diversificazione”.

Nel 2070 in questo scenario il Paese dovrebbe avere un differenziale negativo del Pil di 115 miliardi di euro a causa di una ridotta produttività, mancanza di nuovi investimenti e innovazione. Il capitale produttivo sarebbe concentrato esclusivamente a riparare i danni indotti dal cambiamento climatico invece di essere diretti verso innovazione, tecnologie e infrastrutture per realizzare la transizione energetica esempio per l’Italia.

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