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Maternità e lavoro: qual è la situazione italiana?

 

Lafesta della mammasi avvicina. E mentre le nostre caselle email sono bombardate da promo e offerte che celebrano (e monetizzano) lamaternitàancora a suon di stereotipi e rafforzamento dei ruoli di genere, arriva anche qualcos’altro: la fotografia dicosa significa esseremadreoggi, in Italia. A diffonderla, come ogni anno in questo periodo, èSave The Childrennel rapportoLe Equilibriste. La maternità in Italia.L’edizione 2024 (che arriva dopo l’ennesimo minimo storico toccato dalla natalità nel nostro Paese) traccia un bilancio delle sfide che le donne devono affrontare, in particolare in ambito lavorativo:(dis)occupazione femminile e dimissionivolontarie o meno,gender gap(il secondo più alto d’Europa, con 17,9 punti contro i 9,4 a livello europeo),scarso sostegno alla genitorialità. Non è un segreto che l’Italia non brilla per il tasso dioccupazionefemminile, ma i dati ci ricordano ancora una volta quanto siamo indietro. Nella fascia 15-64 anni, la percentuale è del52,5%nel 2023. In Ue, questo valore si attesta al 65,8%. La situazione è particolarmente critica per chi svolge anche unlavoro di cura non retribuito:le donne senza figli che lavorano raggiungono il 68,7%, mentre solo poco più della metà delle donne con 2 o più figli minori ha un impiego, cioè il 57,8%. Una tara, quella dellamotherhood penalty, che non tocca i padri italiani che, anzi, della genitorialità beneficiano: il tasso di occupazione totale è dell’83,7%, ma le percentuali vanno dal 77,3% per chi non ha figli, fino al 91,3% per chi ha un figlio minore e al 91,6% per chi ne ha 2 o più. Il report conferma anche l’enorme diffusione delpart time tra le lavoratrici (31,3%vs 6,6% tra gli uomini), che per la metà dei casi subisce un part-time involontario. Il dato, prevedibilmente, aumenta tra le madri con i figli (36,7%). Di nuovo, i numeri dei papà vanno in controtendenza: si passa dall’8,7% per chi non ha figli al 4,6% per i padri. Anche l’abbandono del lavoroè legato a ruoli e dinamiche di genere: delle 61.391 convalide di dimissioni volontarie per genitori con figli in età 0-3 in tutta Italia (un dato in crescita del 17,1%), ben il 72,8% riguardava lavoratrici. Ma i numeri raccontano solo una parte della storia. La disparità non è solo percentuale, ma anche qualitativa:più di 6 donne su 10, infatti, lasciano per le difficoltà nel conciliare vita privata e lavoro.Per quasi 8 uomini su 10, invece, le ragioni sono di natura professionale, legate a un cambio di azienda. Essere madre non è uguale ovunque.Non lo è in Europa e non lo è nemmeno dentro i confini del nostro Paese. Per questo,Save he Childrenha inserito una prospettiva comparativa a livello internazionale (confrontando la situazione con quella di Francia, Finlandia, Germania e Repubblica Ceca) e regionale. Come ogni anno, il rapporto include anche l’Indice delle Madri, elaborato in collaborazione con Istat, unaclassifica delle Regioni italiane dove per le mamme è più facile vivere.In cima alla classifica dei territori “mother friendly” si conferma laProvincia Autonoma di Bolzanoseguita da Emilia-Romagna e Toscana. L’analisi, basata su 7 dimensioni (Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza) ha analizzato un totale di 14 indicatori da diverse fonti del sistema statistico nazionale: i risultati mostrano che sebbene le regioni del Mezzogiorno continuano a posizionarsi tutte al di sotto del valore di riferimento italiano (in coda la Basilicata, dietro a Campania, Sicilia, Puglia e Calabria), rispetto all’anno precedente la situazione italiana è migliorata, sia a livello assoluto che di gap territoriale. Il quadro, però, non è quello di una situazione positiva, dice la premessa al rapporto, quanto piuttosto dieccezioni positive in territori più o meno virtuosi.“Se la maternità è davvero un’opportunità per tutta la società, la cura di un nuovo nato o di una nuova nata è un dovere di tutta la società che deve svilupparsi attraverso un impegno al suo sviluppo intellettivo e alla sua formazione, anche per diminuire le disuguaglianze che mordono il nostro Paese con sempre più voracità – spiega il rapporto – Questo vuol dire garantire i servizi per l’infanzia e l’adolescenza, non solo per assicurare un valido strumento di ausilio alla conciliazione ma vere e proprie occasioni di crescita e di confronto. Questo non è quello che emerge dal nostro Rapporto ed è per questo che sosteniamo ancora di più quanto sia necessario un Paese che pensi alle mamme, affinché possano essere messi al centro delle politiche anche i bambini e le bambine”.

Redazione

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