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Botswana: vietare la caccia agli elefanti è utopico senza diversificare l’economia

 

InSri Lanka, si è sentito spesso parlare dellaconvivenza difficile tra la popolazione e gli elefanti. Ma a quanto pare questo stato dell’Asia meridionale non è il solo ad avere una coesistenza difficile con i grandi mammiferi. Questo è almeno ciò che traspare dalla recente controversia tra il presidente del Botswana, Mokgweetsi Masisi, e il Ministro tedesco dell’ambiente, Steffi Lemke. In qualità di esponente del partito tedesco dei Verdi,Lemkeha infatti criticato, a più riprese, la caccia ai pachidermi, proponendo così dilimitare l’esportazione di trofei destinati ai ricchi clienti occidentaliper combattere il bracconaggio in Botswana, Paese dell’Africa meridionale. Non si è fatta così attendere la risposta del presidenteMasisi, che ha esternato il suo risentimento verso chi ha accusato il suo Paese di unacattiva regolamentazionedel numero degli elefanti presenti. Alle critiche, il presidente Masisi ha risposto attraverso il quotidiano tedescoBild:«Se i Verdi sapessero meglio tutto, loro e Lemke dovrebbero mostrarecome convivere con gli elefantisenza cacciare». Il politico botswano ha poi proseguito con una provocazione: «Offriamo 20.000 elefanti selvatici alla Germania. Non sto scherzando. Vorremmo fare un’offerta del genere alla Repubblica Federale Tedesca. E non accettiamo un no come risposta»,ha concluso infastidito Masisi. Del resto,il Botswana ospita la più grande popolazione di elefanti del mondo, composta da circa 130.000 esemplari. Motivo per cui, Masisi ha affermato che i tedeschi dovrebbero«vivere insieme agli animali, nel modo in cui cercano di dirci».Di fatto,la convivenza con gli elefanti è spesso difficile, come certificano gli attacchi contro esseri umani, villaggi e raccolti. Ne consegue che, secondo il presidente del Botswana,la caccia è un mezzo per controllare le popolazioni, che rappresenta circa un terzo di tutti gli elefanti dell’Africa. Inoltre,introdurre limiti più severiall’importazione di trofei di caccia, avrebbe come effetto anche quello diimpoverire le fragili economie delle comunità localiche si reggono largamente sull’esportazione di questi preziosi trofei. Questo perchéil divieto toglierebbe loro una delle principali fonti di guadagno, derivante dall’emissioni di quote di caccia annuali che prevedono l’assegnazione di apposite licenze per l’attività venatoria. Pertanto, le parole della ministra tedesca Lamke sono state interpretate dal presidente Masisi come una vera e propriaintromissione negli affari interni del proprio Paese:«È molto facile sedersi a Berlino e avere un’opinione sui nostri affari in Botswana. Stiamo pagando il prezzo della preservazione di questi animali per il mondo – e anche per il partito di Lemke». Nulla toglie quindi che il Botswana sia effettivamente uno dei maggiori esportatori di trofei di caccia di animali protetti, come sostiene la Germania. Per cui, comeaffermatoall’Associated Pressda un portavoce del ministero dell’ambiente a Berlino: «Alla luce dell’allarmanteperdita di diversità biologica, abbiamo la responsabilità speciale difare tutto il possibile per garantire che l’esportazione di trofei di caccia sia sostenibile e legale». Ma prima di riconoscere a questo Stato africano una particolare responsabilità del fenomeno e, di conseguenza, prendere la decisione di limitare le esportazioni di questi trofei per combattere il bracconaggio, bisognerebbepermettere al Botswana di sviluppare e diversificare la propria economiacosì da non dipendere più da questa attività.

Redazione

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