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Fenomenologia di Biancaneve

 

Tutti pensiamo di conoscere perfettamente la storia diBiancaneve, ma la maggior parte di noi conosce solo laversione Disney del 1937e ignora quella deifratelli Grimm. Ledifferenzetra le due sonomolte. Oltre al tradizionale climanoir,nella versione dei fratelli Grimm non c’è nessun baciodel Principe che sveglia Biancaneve. A ridestare la bambina (nella versione dei Grimm, Biancaneve aveva solo 7 anni) è un incidente “fantozziano” dei servitori del Principe, che nel tentativo di spostare la bara di cristallo, inciampano e la fanno cadere, così da far uscire il pezzo di mela avvelenato dalla bocca. È inquietante che il Principe avesse mercanteggiato per avere il corpo di Biancaneve per poterlo contemplare. Sempre in questa versione,la Matrignanonvuoleil cuore di Biancaneve come prova che sia morta, mafegato e polmoni per mangiarli “sale e pepe”. Matrigna che nonmoriràcadendo da un burrone, madi una morte atroce, organizzata da Biancaneve e dal suo sposo, che la costringeranno a ballare fino a morire con delle scarpe di ferro, rese incandescenti sul fuoco. Tuttidettagli ritenuti troppo cruenti per una storiaDisney. Era difficile immaginare frotte di uccellini e dolci animali del bosco che calzassero ai piedi della Matrigna le scarpe arroventate e aspettassero – con una dolce canzoncina – la sua morte tra infinite sofferenze. A dirla tutta, anche i Grimm avevano nel tempo un po’ smussato la storia,la Matrigna appare solo nelle ultime edizioni della fiaba, perché in quelle iniziali era la mamma naturale a tentare di uccidere la piccola Biancaneve. Non credo che gli autori volessero rendere più “Disney” la storia, forse, semplicemente funzionava meglio così o si erano convinti che l’originale, essendo una raccolta di storie popolari, fosse questa. Ma se trovate Biancaneve (nella versione originale) un po’pulp, allora non conoscete, sempre dei GrimmIl bambino capriccioso. Credo sia la più assurda eferoce favolaperbambiniche io abbia mai letto (e fortunatamente mai raccontato). Qui è addirittura Dio a comminare una malattia letale a un bambino colpevole di essere “capriccioso”, che, una volta morto, continua a muoversi sottoterra, tanto da far emergere un braccio, costringendo la madre prenderlo a badilate per poterlo finalmente seppellire. I motivi per i quali raccontiamo le favole ai nostri figli sono cambiati.In passato, lo scopo era di spaventarli, usando la paura per veicolare messaggi come essere ubbidienti, accontentarsi o diffidare dagli sconosciuti che ti fanno un regalo. Oggi, che abbiamo scoperto l’enorme potere dello storytelling, le favoleservono essenzialmente per trasmettere valori positivicome essere creativi, divergenti, onesti, trasparenti, impegnati o equi. Non so se nel 1937, quando è uscita la versione Disney di Biancaneve ci siano state persone (come avviene ora) che protestano per il fatto che non sia “fedele alla tradizione”. Oggi invece sono tanti (anche se in minoranza) coloro che ritengono che sia sbagliato modificare le storie, adeguandole ai tempi. Io non la penso così.Credo che Biancaneve, oggi sia una storia “sbagliata”. Non mi piace l’abilismo di cui è intrisa la narrazione sui nani, il maschilismo dilagante, l’immagine di una Regina ossessionata solo dall’esteriorità, un principe che senza permesso bacia una ragazza e – complessivamente – la passività di Biancaneve. Non riprendo macondivido tutte le considerazioni di Paola Cortellesinel suo discorso all’inaugurazione dell’anno accademico della Luiss. Più in generale, nelle fiabe trovo sempresbagliato l’abbinamento di caratteristiche di personalità a tratti fisici, come a esempio, l’accostamento di bello a buono o di cattivo a brutto. Nel 1937 era un capolavoro di animazione, oggi è essenzialmente unastoria del passato che trasmette soprattutto valori del passato. Tra me e i miei figli e tra me e i miei genitori c’è un salto culturale e generazionale molto più marcato. Oggi è impensabile ricorrere ai modelli educativi, agli approcci e agli stili con i quali noi siamo stati cresciuti. Figuriamoci se è possibile ricorrere alle favole di 100 o 200 anni fa per educarli, se non interponendoci nel racconto (quando sono piccoli) e fornendo le indicazioni di scenario necessarie. Non facciamo la guerra a Biancaneve, ma usiamo altre storieper crescere le nostre figlie e i nostri figli. Certo, questo ci richiederà uno sforzo di “aggiornamento” ma sono sicuro che ne varrà la pena.

Redazione

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