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Sorpresa: i giovani leggono eccome

 

Basta una superficiale ricerca online persentenziare che “Igiovaninon leggono più”. Per trarre conclusioni precise, però, quasi mai è sufficiente un’analisi approssimativa. Certo, scavare a fondo richiede tempo e nella società delle performance questo non è previsto da contratto. Per fortuna, però, c’è ancora chi ha il coraggio di affrontare in modo più profondo le questioni. In particolare, spiccano quattro nomi: Lella Mazzoli, Francesco Sacchetti, Andrea Lombardinilo e Niccolò Sirleto, direttrici e direttori di unaricerca commissionata dal Centro per il libro e la lettura del Mic in occasione delFestival del Giornalismo culturaledi Urbino. L’indagine condotta daIpsossu un campione di2000 ragazzi e ragazze di età compresa fra i 14 e i 19 annimette sul tavolo le carte per vedere la realtà sotto un nuovo aspetto.I giovani leggono. E anche tanto. Soltanto chelo fanno in maniera diversa, unica forse è il termine corretto. Lo fanno con modalità ancora inconcepibili per chi è prigioniero di un concetto di società obsoleta.Una lettura differente da quella dei loro genitori e ancor prima dei loro nonni. «I ragazzi e le ragazze leggono e scrivono come più o meno ha sempre fatto in passato la corrispondente generazione – afferma Lella Mazzoli, professoressa emerita di sociologia all’Università di Urbino e direttrice delFestival del giornalismo culturalecon Giorgio Zanchini – Leggono in modo diverso, forse più disordinato, se per disordinato intendiamo una lettura di sequenza continue. Saltano da un argomento all’altro e usano contestualmente device differenti». Multitasking, potremmo dire? O questa abilità vale soltanto quando ai colloqui di lavoro vengono richieste più competenze da “sfruttare” contemporaneamente? E così,i social, che vanno saputi utilizzare nel modo corretto e che soltanto in questo modo potranno cominciare ad avere una funzione di valore condivisa,diventano i principali strumenti diletturaper i ragazzi di oggi. Fra tutti,WhatsAppcontinua a essere la piattaforma più utilizzata, ma i dati della ricerca vanno oltre. Chi avrebbe mai pensato che leistruzioni di un giocopotessero diventarevere e proprie narrazioni? E invece è così, soprattutto per igamer. Seguono poii testi delle canzoni, i racconti e i fatti di attualità. Così come i romanzi, che secondo l’indagine raggiungono il 71% di coinvolgimento fra i giovani, in coda poi fumetti e poesie. Lalettura da socialvede in testaTwitter,Telegram(nel quale ci sono molti canali dedicati all’informazione e all’approfondimento),PinteresteMessenger. Cosa si può dedurre dall’indagine? Sicuramente chenon è cambiato il “cosa”, ma il “come”. E lo si può capire in quella che viene chiamata lettura “assorta”, più comune fra i 16 e i 19 anni e in quella “concentrata” che coinvolge il 42% della fascia 14-15 anni. Entra poi in gioco l’effetto emulazione: tutti i ragazzi e le ragazze, infatti,si fidano solo di ciò che dicono i loro coetanei. Questo fenomeno, tanto criticato, esiste però da sempre, con la differenza cheoggi i consigli arrivano principalmente dalla rete, perché volente o nolentela generazione Z è digitale. E attenzione, che non significa sbagliata. Non significa nemmeno peggiore. Digitale significa che semplicementeil mezzo di comunicazione non è più la carta. Ma i Kindle, gli smartphone, i computer. «La maggior parte di loro si fida della rete, soprattutto con ibooktoker(gli influencer dei libri suTikTok), ai quali riconoscono maggiore competenza perché sono in grado di comparare e dare indicazioni». La lettura, dunque, non è mortae, probabilmente, non lo sarà mai. Va contestualizzata, come ogni periodo storico.I nostri genitori non leggono come i nostri nonni. E gli stessi nostri nonni non leggono come i loro genitori.Un ciclo che proseguirà il suo percorso. Sta agli adulti comprendere e a chi scrive saper appassionare e dare valore alle parole: «dovremmo considerare i gusti e gli spazi dove i ragazzi preferiscono leggere e mettere i contenuti, ovviamente di qualità, là dove li cercano. Vuol dire che i formatori, gli editori e i giornalisti culturali dovrebbero analizzare questi e altri dati per far sì che la pratica della lettura resti centrale per la crescita culturale», conclude infine Mazzoli.

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