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Sex work is work?

 

Gentile Direttrice Cristina Sivieri Tagliabue Le scriviamo in rispostaall’articolo di Alessia Ferri suLa Svoltadel 16 giugno. Nell’intervista a Marcasciano la tesi è sempre la stessa di coloro che vorrebbero modificare la legge Merlin: la prostituzione è un lavoro come un altro. Cosa si vuole abolire quindi tra quanto è rimasto reato: l’induzione, il favoreggiamento o lo sfruttamento? Questo è quello che si chiede per le donne in prostituzione, di poter essere liberamente sfruttate? Non è un gioco di parole, i reati di induzione e sfruttamento consentono alla magistratura di intervenire per contrastare la tratta. Li aboliamo? Più avanti si allude alle differenti legislazioni europee, senza entrare nei dettagli. Vero, sono molto differenti. Alcuni Paesi hanno scelto la liberalizzazione, altri l’abolizionismo. I risultati 2 due approcci sono molto diversi. Il Consiglio d’Europa nel 2014 ha votato a larga maggioranza un invito a tutti i Paesi membri ad adottare il modello abolizionista. Cioè a “valutare la penalizzazione dei servizi sessuali”, punendo il cliente e non la persona che si prostituisce. Proprio in questi giorni lo ha ribadito. Perché questa decisione? Probabilmente perché da un’indagine ufficiale risulta che ogni anno in Europa vi sarebbero tra le 70.000 e le 140.000 persone vittime della tratta di esseri umani e che sul continente questa è finalizzata allo sfruttamento sessuale nell’84% dei casi circa? Il problema esiste ed è grosso. Non solo in termini di diritti umani. Il sesso può essere acquistato? L’uso di un corpo non desiderante può essere inteso come sesso? La relazione di potere tra cliente e donna prostituita può essere riconosciuta come lavoro, e assumerne la dignità? In questa relazione come entrano le decine di migliaia di donne importate dalla criminalità organizzata per essere prostituite, private di ogni diritto e libertà, stigmatizzate, sottoposte a violenze da sfruttatori e clienti, senza possibilità di difesa? Anche Marcasciano afferma che la prostituzione è un “lavoro molto pericoloso” che “le aggressioni sono all’ordine del giorno” e che “le più vulnerabili sono le immigrate clandestine…” La risposta tedesca della legalizzazione ha fallito su molti di questi punti. Vogliamo ignorarlo? La Germania che da più di 20 anni ha legalizzato la prostituzione, forse anche nella speranza di tutelare le donne dalle organizzazioni criminali, riconosce che la criminalità organizzata che induce le donne alla prostituzione con l’inganno o la violenza è largamente presente. Vedi il libroIl mito Pretty womandella giornalista britannica Julie Bindel che ha compiuto la più vasta ricerca mondiale mai effettuata sulla prostituzione. Le donne prostituite ricorrono spesso all’uso di droghe, di alcol e di anestetici locali (anche iniezioni di lidocaina). Subire rapporti sessuali non desiderati, mettendo l’intimità del proprio corpo a disposizione per molte volte al giorno, per anni, oltre ai danni fisici crea la necessità di una dissociazione dal proprio sé che comporta un danno profondo, esistenziale e psicologico, come bene testimonia Rachel Moran, nel libroStupro a pagamento. Lo stigma e la mancanza di prospettive a lungo termine completano l’opera. Guardando alla storia personale delle donne in prostituzione c’è stata quasi sempre una serie di vulnerabilità, economiche o personali, abusi o violenze, prima dell’ingresso in prostituzione. Vogliamo ignorarlo, oppure la prostituzione non è, come si vorrebbe far credere, una questione privata, di scelta personale, ma una antica forma di oppressione patriarcale, che ora il neoliberismo tenta di trasformare in professione? In Italia la Corte costituzionale, in occasione del processo Tarantini, ha chiarito che la prostituzione non può essere riconosciuta come lavoro, in quanto in contrasto con la dignità della persona, neanche quando svolta con modalità un tempo non disponibili. Non c’è bisogno di disturbare il Vaticano, è la nostra Costituzione che lo afferma. Con la sentenza n.141 del 2019, riconoscendo la piena attualità delle legge Merlin, ha segnato un punto da cui è difficile tornare indietro. I clienti sono in Italia da 6 a 9 milioni, per un enorme giro d’affari. Questa è la domanda di sesso a pagamento che nutre il mercato e direttamente o indirettamente incentiva la tratta delle donne, delle ragazze e delle bambine dai paesi poveri. Sono tanti soldi e fanno gola alla criminalità organizzata. La libertà sessuale è fondamentale per ogni essere umano, ma presuppone il rispetto del proprio desiderio. L’acquisto di un corpo non desiderante su cui esercitare atti sessuali non ha niente a che fare con la libertà sessuale, non è sesso, è abuso sessuale. Come afferma anche Marcasciano, esercitare la prostituzione espone a una condizione pericolosa, non sana e oggetto di stigma sociale, ma la legalizzazione di cui parla proteggerebbe e favorirebbe i clienti e gli sfruttatori, non le donne in prostituzione. Prendiamo il problema dello stigma: l’illusione che la legalizzazione e l’apertura dei bordelli possa eliminarlo si è dimostrata sbagliata e questo è del resto sotto gli occhi di tutti. Come dice Luisa Muraro in una recente intervista: “Non sarà una legge dello stato che lo cancellerà”. Il lavoro sessuale non è un lavoro come un altro, semplicemente non è un lavoro. Renderlo un lavoro significherebbe occultarne la violenza intrinseca. Per concludere, cosa c’è di progressista nel cambiare nome all’oppressione? Collettivo Donne di Baggio – Milano Movimento per i Diritti delle Donne Gloria Lisi – Consigliera Comunale del Comune di Rimini Pina Nuzzo (Laboratorio Donnae) Beppe Pavan di Uomini in Cammino Lucia Giansiracusa (Arcilesbica) Gemma Infurnari (Udipalermo) Ida La porta (Udipalermo) Lupi Doranna (Laboratorio prostituzione dell’Osservatorio Interreligioso sulla Violenza alle Donne) Agnes Théry (Laboratorio prostituzione OIVD) Paola Cavallari (Laboratorio prostituzione OIVD) Carla Galetto (Laboratorio prostituzione OIVD) Luisa Bruno (Laboratorio prostituzione OIVD) Rosanna Benassi (Laboratorio prostituzione OIVD) Liliana Ricci – Pedagogista (Parolacce Bologna) Silvia Ribero Rottensteiner – Performer Gentili associazioni e gentili attiviste Grazie per aver letto il pezzo di Ferri, e grazie per averci scritto.La Svoltaè un giornale che lascia spazio al dibattito pubblico, e mi piacerebbe che, per certi versi, assumesse la forma di un media civico in cui trovino spazio tutte le opinioni. Come in questo caso, per l’appunto. Il tema della prostituzione è particolarmente spinoso, e il giornale, pubblicando l’intervista a cui fate riferimento, non prende una posizione a favore o contro, ma illustra una posizione, così come in questo momento sta lasciando spazio alla vostra. Perché questo, come altri temi che non citerò qui ma che tutti e tutte conosciamo, sono molto divisivi anche all’interno del mondo del femminismo, e in questo senso credo che davvero “tutte abbiamo ragione” ancora una volta a parlare, pensare, dibattere, dividerci e, poi però, all’occorrenza, unirci.

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