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L’insospettabile metodo di autodifesa delle piante

 

Nel corso degli anni, per un naturalemeccanismo di difesa,le piante hanno imparato a scacciare insetti ed erbivori producendosostanze chimiche repellenti.Purtroppo, però, molti animali con il tempo si sono evoluti, affinando le capacità di sopravvivenza e finendo per essere attratti da quei composti che avrebbero invece dovuto scoraggiare i loro attacchi. Punto e a capo, quindi. Ma non è detto che il destino delle piante sia segnato in unalotta perenneper difendersi e che gli insetti e i mammiferi continueranno a rosicchiare fogli e succhiare linfe per sempre. Infatti, secondo lo studioTritrophic Interactions Mediated by HerbivoreInduced Plant Volatiles: Mechanisms, Ecological Relevance, and Application Potential, pubblicato suAnnual Review of Entomolgy, le piante sono in grado di produrre sempre nuovieffettitossici- diretti e indiretti – per distruggere i loro nemici. Tra i primi ad accorgersi di questi meccanismi di difesa è stato l’ecologo chimicoTedTurlings, co-autore dello studio, che dopo aver terminato gli studi nei Paesi Bassi, ha intrapreso un percorso per un dottorato di ricerca negli Usa che gli ha permesso di lavorare presso le strutture del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti e scoprire un’ampiavarietà di “trucchi”che permettono alle piante di allontanare insetti ed erbivori. Secondo Turlings, le piante possono decidere di difendersi colpendo direttamente il “nemico” oppurearruolando nemici dei nemici. Se ti senti confusə, per ora è normale. Procediamo per gradi: se erbivori o insetti attaccano una pianta, questa prova a difendersi rilasciando sostanze repellenti, composte generalmente daaldeidiealcoli C6, per scacciarli e sopravvivere. Queste sostanze, purtroppo, hanno perso efficacia contro molti animali, finendo addirittura per essere unagustosaattrattiva. Le piante, però, hanno imparato ad adattarsi a nuove condizioni di difesa, sferrandoinediti attacchi indiretti. In che modo? Producendo sostanze che, a contatto con mucose di specifiche specie, sono in grado di produrre segnali olfattivi perattirare i nemici degli erbivorio degli insetti che la stanno attaccando. Questi, a loro volta, a seconda del segnale lanciato dalla pianta e prodotto dall’interazione con il tipo di insetto, intervengono e divorano i mangiatori di foglie, rilasciano batteri mortali o semplicemente depositano le loro uova e lasciano che siano le larve a completare il lavoro. Tutte le tecniche di difesa scoperte da Turlings derivano da anni di studi presso l’Università della Florida, dove il suo supervisore dell’epoca gli affidò un’ analisi delcomportamento delle vespeche attaccano i bruchi delle piante di mais, per scoprire in che modo riescano a trovarli e attaccarli. Inizialmente, l’ecologo riteneva che le vespe fossero attratte da segnali olfattivi e visivi emessi proprio dai bruchi, salvo scoprire – dopo lunghe osservazioni e attente ricerche – che i segnali attrattivi venivano emessi proprio dalle piante che cercavano di difendersi dall’attacco dei bruchi rilasciando sostanze repellenti. Per essere ancora più chiari: i bruchi attaccavano le piante, queste producevano sostanze repellenti che servivano per allontanarli e, involontariamente, attiravano le vespe, nemiche dei bruchi e inconsapevoli “alleate” delle piante. Si tratta di un meccanismo di difesa indiretto efficace e in grado di funzionare non solo in superficie, ma anchesottoterra: continuando le sue analisi sulle piante di mais, infatti, Turlings si è accorto che, quando vengono attaccate, le radici producono un composto chiamatocariofilleneche attrae una serie di minuscoli vermi, inematodi. Questi, attratti dal cariofillene scavano per trovare le larve di coleottero che stanno attaccando la pianta e vi penetrano,rilasciando batteriin grado di produrre tossine che uccidono immediatamente gli insetti. Grazie a grandi capacità come quelle dei nematodi, ora l’obiettivo dei ricercatori è quello di produrre dei “pesticidinaturali” sotto forma di gel da iniettare nella pianta o da applicare sulla sua superficie: i primi test, condotti in Ruanda, hanno dimostrato che questo metodo è efficace tanto quanto l’uso di pesticidi chimici, ma molto meno dannoso perché a base naturale, oltre che molto più affidabile a lungo termine. Infatti, è quasi impossibile che i parassiti riescano a diventare resistenti ai nematodi come fanno con i pesticidi: ci sonocosì tante varietà di nematodial mondo che probabilmente ci sarà sempre una specie con unamutazionegeneticatale da riuscire a superare la resistenza delle specie infestanti. Grazie agli studi sui meccanismi di difesa delle piante contro insetti ed erbivori, dunque, si è aperto unnuovo mondo per la scienza e la ricerca, che ora guarda al futuro e descriverobotin grado di rilevare, grazie ai sensori di odori e sostanze repellenti, attacchi alle piante e di irrorare i nematodi adatti per sconfiggere l’infestazione, e unarealtà libera da pesticidi chimiciche rappresentano una minaccia non solo per le piante, ma anche per la salute umana.

Redazione

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