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Moda Uk: i fornitori guadagnano meno per colpa delle aziende

 

L’industria dellamodaè sempre più lontana da unosviluppo sostenibile. Il fenomeno delfast fashionè ormai un modello di produzione consolidato e fa gola a chi desidera indossare indumenti di tendenza a basso costo. Ciò che non viene a galla è il danno che la “moda veloce” provoca alivello ambientale e sociale. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente,nel 2020 sono state emesse 121 milioni di tonnellate di gas serraper iprodotti tessiliconsumati nell’Ue, mentre a livello globale si stima che il settore della moda sia responsabile del10% delle emissioni di CO2:un numero maggiore rispetto a quelle generate da tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme. Altri dati sono relativi alconsumo in eccesso delle risorse naturali:per la coltivazione di cotone e altre fibre e la produzione tessile, nel 2015, a livello globale, sono stati utilizzati79 miliardi di metri cubi di acqua;dati che si accompagnano all’inquinamento globale dell’oro blu potabile, il cui 20% deriva dalla produzione tessile. La spasmodicarapidità di acquistocomporta la messa in campo di molti “primi lavaggi” dei nuovi indumenti: sono proprio questi primi lavaggi a disperdere la maggior parte delle microplastiche contenute nei tessuti. Si stima cheil lavaggio di capi sintetici rilasci ogni anno 0,5 tonnellate di microplastichenei mari. Ibassi costi di produzioneportano necessariamente a un ciclo di vita degli indumenti molto breve. I cittadinieuropei acquistanoogni anno, in media,26 kg di prodotti tessili e ne smaltiscono circa 11 kg,i quali, per l’87%, vengono abbandonati nelle discariche e inceneriti. Altro discorso da affrontare è quello relativo aidiritti dei lavoratori, con i maggiori problemi che si riscontrano a livello salariale e, soprattutto, per le pessime condizioni in cui operano. Le imprese fornitrici dei materiali tessili lamentano il fatto che vari brand del settore non abbiano un comportamento rispettoso del lavoro delle piccole imprese.Il recente episodio di Leicester,analizzato dalGuardiane daLabor behind the label, cooperativa no profit impegnata sui diritti dei lavoratori nell’industria dell’abbigliamento, mette in luce idifficili rapporti tra i fornitori e aziende. I fornitori affermano che i loroprofitti vengono ridottia causa di pratiche punitive, come a esempio l’imposizione di sconti dal 10 al 20% sugli ordiniconsegnati e non,cancellazioni last minutee sanzioni finanziarie pererrori di imballaggio. Le cancellazioni dovute al rapido cambiamento dei trend provoca pesanti danni a queste imprese, le quali sono obbligate a svalutare i propri prodotti e a rimetterci economicamente.Labor behind the labelstima che delle1.000 fabbriche presenti a Leicesternel2020, la metà di esse sia stata costretta achiudere. Muller, direttore delle politiche dell’associazione ha dichiarato che «I grandi marchi della moda continuano atrattare i fornitorie, in ultima analisi, i lorolavoratori con disprezzoe mancanza di rispetto. Imporresconti unilaterali o riduzioni di ordiniquando la merce è già stata prodotta o il tessuto acquistato è un comportamento abusivo e prepotente da parte dei marchi. Molte di queste aziende hanno codici di condotta che fanno belle promesse di pratiche di acquisto etiche, ma la realtà è molto diversa». Contrastare, o quantomeno limitare, il fenomeno delfast fashionè possibile, ma richiede l’impegno attivo di consumatori e impreseper una transizione alsustainable fashion, una concezione della moda basata su una maggiore integrità ecologica e giustizia sociale. In quanto consumatori, è fondamentale perseguireacquisti eticiche indirizzino le policy di produzione dei brand d’abbigliamento: una riflessione critica riguardo il proprio modo di acquistare è il primo passo.Informarsi sui materiali e i modi di produzione, valutare le quantità e laqualità degli indumentie comprare capi diseconda manosono le azioni principali per un cambiamento del mercato della moda.

Redazione

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