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Ritorno alla Madre Terra

 

In origine era la Grande Dea. La divinità femminile, che poi vennesostituita con un rituale dalla violenza inenarrabile(ma guarda po’) da quella maschile,era indissolubilmente legata al ciclo della vita e della mortee quindi,alla natura. La nuova divinità maschile impera sugli esseri umani, così come sulla natura. La sua prospettiva non è circolare, è lineare. Sembra un discorso distantissimo dalla situazione globale dei nostri giorni, ma in realtà non lo è, perché le radici di un certo modo di pensare, di una certa concezione del rapporto che l’uomo ha con gli altri esseri umani e con la natura affondano lì. E oltre 30 anni di globalizzazione ce lo hanno mostrato con grande chiarezza. Perché ne parliamo Ieri è stata laGiornata mondiale dell’Ambientee che le cose non vanno bene lo stiamo tristemente osservando, con sempre maggiore allarme, di settimana in settimana anche nel nostro Paese. C’è chi dice che è sempre successo. C’è chi tende a sottostimare l’impatto dell’azione umana sull’ambiente, chi non vuole riconoscere, anche se può far male, che quello che abbiamo fatto negli ultimi 30 anni non ha precedenti nella storia. Ma i dati parlano chiaro: secondo i dati di Banca Mondiale, la quota delle aree forestali è passata dal 32,5% del 1992 al 31,2% del totale delle terre nel 2020. Al contempo,le emissioni globali di CO2 sono quasi raddoppiate dal 1990 al 2019. La Madre Terra Ma anche questo è un tema di genere? Vediamo un po’, facciamoci aiutare ancora una volta dai dati. A livello mondiale, secondo i dati Unccd, in oltre il 50% dei Paesi vigono consuetudini o leggi formali cheimpediscono alle donne di possedere la terra(o perfino di accedervi). E come sempre è legato al potere e al denaro: le donne che possono godere di diritti forti in termini di proprietà e di eredità sulla terra guadagnano redditi che arrivano a essere 3,8 volte superiore a chi invece questi diritti non li ha.Non possiamo possederla, ma certamente possiamo lavorarla. Infatti, circa metà della forza lavoro globale impiegata nel settore dell’agricoltura è donna. E, secondoAction Aid,sono proprio le donne a produrre tra il 60 e l’80% del cibo dei Paesi emergenti. Eppure, la quota delle proprietarie terriere sul totale è solo del 20% circa. Equità e sostenibilità sono sorelle Ne abbiamo conferma ogni giorno: fatichiamo a gestire la complessità. E questo è verissimo anche quando ci avviciniamo al tema della sostenibilità: tendiamo a considerarne i vari aspetti separatamente. Da un lato, la sostenibilità ambientale, dall’altro quella finanziaria. Di qua la sostenibilità finanziaria, di là la sostenibilità di genere. Per fortuna, ci viene in soccorso l’Agenda 2030per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che riconosce invece i dritti di proprietà della terra da parte delle donne come un fattore cruciale per raggiungere la sostenibilità attraverso una drastica riduzione della povertà femminile. La ritroviamo nell’Obiettivo 1, ma anche nel 2, quando parliamo di raggiungere la sicurezza alimentare e ovviamente nell’obiettivo 5, incentrato sul conseguimento della parità di genere. Anche la nuovaUrban Agendadel 2016 delinea una roadmap per lo sviluppo urbano sostenibile nella quale si fa esplicito riferimento al possesso della terra da parte delle donne come chiave importantissima per il loro empowerment. Sostenibilità ambientale e parità di genere sono quindi intrecciate. E ancora una volta, anche in questo ambito, sarebbe il caso di ripartire dalle donne. Anzi, in questo caso, di tornare forse alla Madre Terra.

Redazione

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