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Rifugiati: cosa ci insegna il Dignity Project

 

In un discorso ormai divenuto famoso,Winston Churchill, riferendosi ai piloti che stavano impedendo l’invasione tedesca grazie al predominio dei cieli disse: «Mai, nel campo dei conflitti umani, così tanti dovettero così tanto a così pochi» (20 agosto 1940, Camera dei comuni). Si trattava, infatti, di oltre 1.000 piloti che si opposero alle orde naziste nei mesi da luglio a ottobre del 1940. Pochi sanno che, tra quei piloti, vi erano anche polacchi: 145 piloti che combatterono questa battaglia per l’Inghilterra e il mondo libero. Erano rifugiati in Inghilterra, dopo l’invasione russo-tedesca della propria patria, e impararono in poco tempo a pilotare i caccia inglesi e anche la lingua d’Albione per potersi coordinare con i centri comando a terra. Un dato solo per tutti: rappresentarono il 5% dei piloti che vi presero parte eriportarono il 12% delle vittorie totali. Vi furono anche piloti cecoslovacchi, tra essi Josef Frantisek, l’asso con il numero maggiore di abbattimenti di aerei nemici della Battaglia d’Inghilterra, polacchi e cecoslovacchi, ma anche belgi e francesi, rifugiati che salvarono l’Inghilterra dall’invasione. Prendo lo spunto da queste pagine di storia e dalla lezione che essa ci insegna per scrivere di un progetto partito nel Regno Unito ideato da una startupper, Angie Madara, creatrice del fondoAthena FundXche supporta le giovani imprenditrici nel settore della tecnologia. IlDignity Projectcerca di fornire a coloro che hanno il diritto di asilo gli strumenti necessari a trovare una collocazione lavorativa che meglio consenta loro di mettere a frutto le proprie competenze, valutando i titoli di studio, la possibilità di ottenere un’equipollenza e poi costituire una piattaforma digitale che faccia incontrare richiesta e offerta nell’ambito del lavoro. Se è vero che ogni lavoro onesto assicura sempre dignità, è pur vero chedovremmo cercare di dare a ciascuno l’opportunità di mettere a frutto le proprie competenze, per il bene suo e della collettività. Un progetto non semplice, che parte però da una semplice considerazione: chi fugge dalla guerra o da una persecuzione (parlo di rifugiati) spesso lascia una vita normale dove ha una propria occupazione, frequentemente a livello professionale o comunque altamente qualificata: mi riferisco a medici, informatici, ingegneri, agronomi e a tutte quelle che sono definite le professioni intellettuali, ma anche di tecnici spesso altamente specializzati, costretti a fuggire per divergenze di opinione che pongono le loro vite a rischio perchévittime di regime tirannicio semplicemente perché si trovano dalla parte “sbagliata della storia” (penso a molti siriani, afgani e iraniani). Mi chiedo allora perché in Italia, a livello governativo, non mi risulta che esistano uffici, una volta riconosciuto il diritto all’asilo, dove siano vagliate le competenze degli aventi diritto, si insegni loro la lingua italiana, vi sia una attenta verifica di quali siano i passi necessari per un riconoscimento legale dei titoli di studio al fine di consentire, attraverso il lavoro, una vita normale ai rifugiati, con un arricchimento anche della nostra società, che spesso va a caccia di figure professionali carenti o persino assenti (si pensi alla fame di esperti informatici di cui ogni giorno le grandi aziende si lamentano o ai medici fatti arrivare da Cuba in Calabria). Il vantaggio sarebbe innegabile, a partire dall’occupazione offerta agli stessi italiani che siano inclusi come docenti nell’attività d’insegnamento della lingua e dell’educazione civica basilare per fare imparare diritti e doveri e le più normali procedure per accedere ai servizi pubblici e, ripeto, ciò porterebbe dignità a tutti, non solo a quelli accolti ma anche a coloro che accolgono perché non c’è dignità per nessuno laddove non c’è rispetto per l’altro. Una nuova battaglia d’Inghilterra, senza spargimento di sangue, per il bene dell’umanità.

Redazione

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