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Compiti a casa: la Svizzera dice no

 

Alcuni licei nei cantoni tedeschi della Svizzera hanno deciso di ridurre o persino abolire i compiti a casa. Una svolta didattica che sta sollevando un polverone. Stefan Wolter, direttore delCentro svizzero di coordinamento della ricerca educativa, ha dichiarato che “è un affronto per tutti i tirocinanti, che sono sottoposti a un carico di lavoro eccessivo”. Gli studenti che seguono un tirocinio hanno un impegno settimanale di circa 42 ore tra lavoro e scuola, mentre gli studenti dei licei hanno solo 26 ore di insegnamento. Inoltre, gli studenti dei licei hanno 13-14 settimane di vacanza all’anno, mentre gli apprendisti ne hanno solo 5. Konrad Kuoni, presidente dell’associazione degli insegnanti dell’istruzione professionale di Zurigo, è altrettanto critico nei confronti di questa decisione e ritiene che non farà altro che aumentare le disuguaglianze tra gli studenti dei licei e quelli delle scuole professionali. Sembra però che i risultati non vadano sempre di pari passo con il carico di lavoro, che se eccessivo rischia di generare un “sovraccarico cognitivo” nei bambini e nei ragazzi. Ifinlandesi, che pure risultanotra i più dotati in fatto di numeri e comprensione del testo, impiegano circa2,8 ore a settimana a fare i compiti a casa, secondo una ricerca del 2012 dell’Oecd. Anche laCorea del Sudriporta dati simili: hanno appena2,9 oredi compiti a casa a settimana nei loro anni a scuola. Da anni ormaii compiti a casa sono complessivamente in calo in tutto il mondo, ma ci sono delle eccezioni: inRussia, lo studente medio passa 9,7 ore a settimana chino sui libri, seguito dall’Italia, che si difende con 8,7 ore di media. Esiste già da diverso tempo, infatti, il movimentoBasta compiti, avviato da un preside di Genova, e una petizione lanciata dal gruppo è già arrivata a oltre 37.000 firme. Al terzo gradino dello sfortunato podio ci sono gli Stati Uniti, con 6,1 ore di compiti settimanali. I compiti non devono “piacere” necessariamente, ma il loro obiettivo deve essere chiaroagli studenti. In prima elementare, leggere a casa ha una funzione ben precisa: automatizzare il processo di lettura. Alle medie e alle superiori i ragazzi imparano a studiare da soli e memorizzare: questo è utile se contestualmente si acquisisce un metodo e non ci si limita ad apprendere le nozioni ai fini della singola verifica o interrogazione. Sitratta del cosiddettoapprendimento difensivoe avviene quando lo studente punta a soddisfare semplicemente le prestazioni richieste dalla scuola:studia per superare una prova, ma in sostanza non trattiene nulla. Anche se per un compito “ideale” l’80% del lavoro a casa dovrebbe poter essere svolto in autonomia fin dalla prima elementare,la famiglia fa la differenza. Talvolta, i genitori non sono in grado di supportare il lavoro dei figli e questo può creare delle disparità nel rendimento scolastico e nelle opportunità di apprendimento sin dai primi anni di scuola. In generale, però, i compiti hanno una loro utilità: permettono di fare collegamenti, favoriscono l’apertura mentale, stimolano curiosità e attenzione, consolidano il metodo di studio e l’autonomia. Non dovrebbero però sottrarre eccessivo ad altre attività (sport, musica, laboratori teatrali). L’effetto controproducente, infatti, potrebbe essere quello di provocare nello studente un vero e proprio rigetto per lo studio, un’attività che, se frutto di ricerca e indirizzata verso i propri interessi, può essere appassionante. La scuola, inoltre, ignora le differenze e le diverse abilità cognitive dei ragazzi.Ogni persona usa strategie mentali e tecniche di memorizzazione diverse per svolgere gli stessi compiti. Assegnare esercizi non è semplice: se troppo semplici potrebbero annoiare e rendere più svogliato il ragazzo, se troppo difficili potrebbero minarne l’autostima. L’eterno dilemma sulla loro effettiva utilitàdovrebbe essere risolto cercando di ripensare in generale le attività da svolgere in classe e quelle delegate all’autonomia dell’alunno.

Redazione

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