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La concessione del telefono

 

Chi paga per l’ammodernamento delle reti di telecomunicazioni? Christel Heydemann, direttrice generale dell’operatore telefonico franceseOrange, parlando alMobile World Congressdi Barcellona, ha detto che negli ultimi dieci anni le telcohanno investito quasi 600 miliardi in Europa per le reti. Si tratta di impegni finanziari obbligati per mantenere le reti al passo del progresso tecnologico e della domanda di traffico internet: «Ma sono investimenti difficili da monetizzare». Per rimediare ci sono diverse strade: ridurre la concorrenza tra compagnie telefoniche per consentire loro di aumentare i prezzi e/o diminuire la competizione tecnologica; comprimere ulteriormente i profitti delle compagnie telefoniche; trovare il modo di far pagare leBig Techper gli investimenti nelle reti. La soluzione che prevede un ritorno verso l’oligopolio telefonico si tradurrebbe in un aumento dei costi per i consumatori. Dopo le liberalizzazioni di fine anni Novanta,il numero di operatori è aumentato drasticamente, i prezzi sono diminuiti fortemente, l’utilizzo di internet è esploso e i finanziamenti alle compagnie telefoniche non sono mai mancati: quelli che ci hanno rimesso sono i soci delle compagnie telefoniche che se avessero preso azioni delle Big Tech invece di quelle delle telco avrebbero fatto affari molto migliori. Le telco, certamente, avrebbero potuto gestire meglio il vantaggio che avevano all’inizio del secolo, investendo bene anche nelle applicazioni e non soltanto nelle offerte commerciali sull’accesso. Ma ogni volta che hanno tentato di fare offerte sui servizi televisivi, sulle videochiamate, sulla messaggistica, sulla cloud, si sono rivelati meno efficienti delle aziende digitali specializzate. Eil loro business si è appiattito sulla vendita di abbonamentiper l’accesso a internet. Le telco sostengono che però a questo punto la situazione richiede un rimedio di sistema. Osservano cheoltre il 50% del traffico internet è generato dall’accesso ai servizi dei grandi operatori digitali(Google, Facebook, Netflix, Apple, Disney, Amazon) e che questo traffico motiva lanecessità di allargare la banda di connessione. Il loro ragionamento è semplice: se gli investimenti nelle reti sono resi necessari per la maggior parte dai Big Tech, perché questi devono essere esentati dal contribuire a realizzare le reti necessarie ai loro servizi? Le Big Tech rispondono che già investono nelle reti sottomarine e nei datacenterche avvicinano i servizi ai consumatori, riducendo l’occupazione delle reti, e osservano che gli operatori telefonici sono pagati dai loro abbonati. La Commissione europea si dichiara aperta a diverse soluzioni. Il commissario Thierry Breton ha lanciato in questi giorni una consultazione che terminerà a maggio. Poi verranno prese decisioni. C’è da scommettere che in questo periodo anchegli investimenti delle lobby aumenteranno notevolmente. Difficile prevedere se la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, all’ultimo anno di mandato, riuscirà a risolvere anche questo intricato dossier.Consumatori o risparmiatori rischiano di perderci. Le relazioni tra Europa e Stati Uniti incontreranno qualche frizione. I piccoli innovatori rischiano di perdere spazio. Gli avvocati probabilmente miglioreranno il loro fatturato. Intanto, i commissari – come è umano – penseranno anche a che cosa fare dopo il loro mandato. Ma questo passaggio è anche uno di quelli che gli europei ricorderanno: se alla fine della consultazione emergerà un’idea costruttiva, nella quale non ci si concentra su come dividere la torta ma a come farne aumentare la dimensione a vantaggio di tutti, il che è del tutto possibile nel digitale, allora per gli europei ci sarà motivo di orgoglio per un sistema decisionale lento e faticoso, ma – quando va bene – orientato al consenso per il lungo termine.

Redazione

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