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Già aspettando la seconda serie de “La legge di Lidia Poët”

 

“Verrà un secolo in cui queste nostre dispute sulla dignità femminile suoneranno grottesche”. A parlare èLidia Poët, classe 1855, torinese,prima donna italiana ammessa all’esercizio della avvocatura. È evidente che quel secolo non è ancora venuto. A 150 anni da quella frase, siamo ancora ingolfati su quegli stessi temi, inseguendo dispute più moderne, ma dal sapore tristemente simile a quelle di Lidia. Intanto, su Poët ha puntatoNetflix,dedicandoleuna serie in 6 episodi,tutti già disponibili sulla piattaforma. Il personaggio Ma torniamo alla storia. Una figura non molto nota quella diLidia Poët con il suo tetto di cristallo:l’accesso alla professione forense. Siamo nel 1883 a Torino, Lidia è laureata e ha sostenuto il praticantato, mail procuratore generale del Regno è convinto che una donna non possa essereavvocato.E così, Lidia vieneinterdetta dalla professionea causa del fatto che nelle leggi regie sull’avvocatura si parlasse solo di avvocato e mai di avvocatessa, a riprova – se servisse – che la questione della nomenclatura al femminile dei mestieri non è solo forma. Ma la modernità non si può fermare. ELidia è modernissima. Costringe il fratello Enrico a farla lavorare come suaassistente legale,sopportando la subalternità, il fatto di non poter prendere iniziative e di venire convocata nella sua stanza al suonare di una campanella (e torniamo alla grottesca attualità di qualche ufficio pubblico). Si trasferisce a casa sua, con buona pace della benpensante cognata. Pur avendo le mani legate,Lidia dà prova di talento,fiuto, capacità di bluffare, conoscenza delle leggi e delle tecniche investigative più all’avanguardia. Qui nessuno aveva mai sentito parlare di impronte digitali o di guanto della verità, ci pensa lei a far strabuzzare gli occhi a magistrati epolizia. E intantoprepara il ricorso per poter essere reintegrata nella professione. La serie Scritta da Guido Iuculano e Davide Orsini,diretta da Matteo Rovere (episodio 1 e 2) e da Letizia Lamartire (episodi dal 3 al 6), e interpretata dagli attori più promettenti del panorama italiano -Matilda de Angelisnel ruolo di Lidia eEduardo Scarpettanei panni del giornalista Jacopo Barberis – è un progetto che porta avanti in maniera esplicita temi molto cari aimovimenti di liberazione della donna, ma lo fa argutamente, essendomolto di più di una storia femminile.Perché utilizza un genere, il cosiddetto procedurale (una volta si chiamava giallo) che con le sue regole ferree veste di ritmo e suspence ogni episodio, mentrei casisu cui Lidia si trova indagare sono semprelegati alla condizione delladonnain quegli anni. Ma non solo. Forzando la mano alla veridicità storica (evviva!) Lidia incrocia tutto quanto di più interessante offre la Torino della fine del diciannovesimo secolo, dove si sviluppano i primi movimenti anarchici, ma c’è anche ilsocialismo, lanobiltà, gliavventurieri, ilibertinie il lorooppio, leprostitute,Lombrosoe i suoi seguaci, lospiritismoe lamagia. Queste molteplici stratificazioni sociali vengono trattate in manierapop, colorata e sensuale, allaBridgerton, perché adesso le serie si fanno cosi, ed è giusto che anche noi in Italia ci adeguiamo. Chissà se la vera Lidia aveva un trombamico giramondo (Andrea Caracciolo interpretato da Dario Aita) e un principio di innamoramento per un giornalista a cui chiedeva spesso aiuto (Scarpetta).Chissà se viveva la sua sensualità in maniera libera. Se era attirata dallo spiritismo. Se era davvero sfrontata senza mai essere saccente. Ma, infondo, non importa. Quello che importa è avere personaggi come questa che affermano una narrativa potente e positiva sulle donne. Quante stagioni? Per la vera Lidia,la battaglia è stata molto lunga. Solo nel1919alle donne è stato concesso dientrare nei pubblici uffici (esclusa lamagistratura)e Lidia diventa ufficialmente la prima avvocata italiana. Aveva 65 anni. Insomma, c’è materiale per parecchi episodi a venire e non si esclude che gli sceneggiatori stiano già scrivendo una seconda stagione

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