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Non siamo i nostri successi

 

Mi sono preso del tempo per riflettere prima di scrivere qualcosa sulla sconvolgente notizia delsuicidiodellastudentessadiciannovenne che frequentava laIulma Milano, perché è difficile rimanere lucidi quando una persona così giovane lascia una lettera dove spiega le ragioni del suo gesto chiedendo scusa e parlando deifallimenti personalie nello studio.Nessunə, tantomeno a quell’età, dovrebbe sentirsi così. Non voglio commentare gli articoli che hanno addirittura trovato il modo dicolpevolizzare la ragazza, perché non meritano alcuna risposta o visibilità. A questa etànon dovremmo sentirci schiacciatədal peso delle aspettative. Il problema non riguarda solamente l’ambiente universitarioitaliano che, al netto di singoli esempi positivi, è caratterizzato da una corsa al risultato e da unapressione enormedovuta atempistiche disumane;dalla paura di non passare gli esami o dal senso di colpa per averli falliti; dal far passare troppo tempo, diventando così studente fuoricorso. Sentirsi un fallimento per la propria carriera scolastica o universitaria non dovrebbe portarci al pensare di aver fallito nella vita,perché la vita è anche altro ed è normale non aver trovato ancora la propria strada a 18, 19, 20 o anche 25 anni.L’università non viene vissuta allo stesso modo da tutti e tutteed è vero che non è fatta per chiunque. Ma non sono i fallimenti a caratterizzare chi siamo. A volte le prime persone a non comprendere questo concetto sono i membri della propriafamiglia. Ogni situazione è diversa e ognunə reagisce alle pressioni a modo suo, ma per andare oltre i disagi che sottopongono əgiovani a condizioni durissime forse servirebberivedere l’intero sistema formativo. Questo coesiste ovviamente insieme al fatto cheun approccio così competitivo e individualista non aiuta ad ampliare davvero la propria conoscenza.Riguardo questo tema, non ho risposte certe, solo tante domande. Forse il fallimento risulta inaccettabile perché siamo sommersi daesempi disuccessofuori dalla normache non lasciano spazio a storie senza un lieto fine, perché parliamo e ri-parliamo della singola persona che ottiene 2 o più lauree in un battito di ciglia, o dellə giovane under 30 che ha già fondato una start-up multimilionaria, senza mai – ovviamente – menzionare laricchezza della propria famiglia. All’opposto, ci sono gli altri, i “giovani che non hanno voglia di lavorare”. L’esaltazione delle eccellenze non ha niente di male,ma non lasciamo indietro tutto il resto e non dimentichiamo cheil successo dipende anche da una serie diprivilegi,come quelli economici.

Redazione

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