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I crediti di carbonio tutelano l’ambiente?

 

Funziona il sistema delle compensazioni di carbonio? Quanto è controllato e come evitare che si trasformi ingreenwashing? Dalle industre all’aviazione, dalle grandi multinazionali sino a piccole società su scala globale, milioni di imprese nel mondo oggi “compensano” le loro emissioni climalteranti acquistando impegni per progetti che riguardano soprattutto la piantumazione di alberi o il miglioramento dei suoli. In sostanza, si continua a inquinare ma si “pareggia” il conto favorendo le foreste e il ruolo degli alberi che assorbono CO2. Un sistema utile per mantenere gli equilibri ma troppo spesso difficile e complesso da certificare. In alcuni casi – come ha svelato una inchiesta diThe GuardianeDie Zeit- si tratta però di“crediti fantasma”, di qualcosa che non avviene. L’indagine ha svelato infatti cheoltre il 90% delle compensazioni di carbonio della foresta pluvialeda parte di uno dei grandi gruppi a cui si affidano le aziende per rimediare ai loro danni non esiste o non ha valore. L’inchiesta si è concentrata sull’operato diVerra, uno dei più importanti certificatori mondiali sulle compensazioni (rappresenta il 40% dei crediti a livello globale), cui si affidano per le compensazioni per esempio diDisney,Shell,EasyJet,Guccie altri grandi marchi oppure band come iPearl Jam. Molte aziende si rivolgono aVerraper poter etichettare i loro prodotti comecarbon neutralo per dimostrare il loro impegno contro la crisi climatica. Da quanto scoperto però si tratterebbe in molti casi dicrediti fittizi che non rappresentano reali riduzioni di carbonioe, anzi, potrebbero persino influire negativamente sull’avanzata del surriscaldamento. Per nove mesi i giornalisti britannici e tedeschi conSoruceMaterial(giornalismo investigativo) hanno analizzato gli schemi e gli studi scientifici diVerrasulle operazioni di compensazione nelle foreste pluviali del mondo. Hanno anche parlato con le comunità indigene, intervistato scienziati e addetti ai lavori e scoperto che in realtàsolo una manciata di progetti per la foresta pluviale ha effettivamente aiutato a ridurre la deforestazione, mentre il “94% dei crediti non ha avuto alcun beneficio per il clima”. EppureVerra, che ha sede a Washington, ha emesso più di 1 miliardo di crediti di carbonio. L’azienda ha smentitoquanto indicato dall’inchiesta sostenendo che il loro operato “dal 2009 ha consentito di incanalare miliardi di dollari per il lavoro vitale di conservazione delle foreste”. Con l’aiuto di due diversi gruppi di scienziati, tra cui quelli di Cambridge, i cronisti hanno provato a scavare a fondo scoprendo chesolo otto di 29 progetti approvati daVerrahanno apportato significative riduzioni della deforestazione. Ventuno progetti in realtà “non hanno avuto benefici per il clima”, sette risultavano tra il 52 e il 98% minori rispetto gli impegni affermati e solo uno ha avuto un “impatto rilevante”. Verraha fortemente contestato le conclusioni sostenendo che i metodi utilizzati dagli scienziati non sottolineano il vero impatto sul suolo e sulle foreste rispetto all’operato reale. ”Verraha certificato oltre 1.500 progetti di carbonio, che sono stati valutati decine di migliaia di volte da revisori di terze parti. Hanno erogato miliardi di dollari per le aree rurali del sud del mondo, a sostegno dell’azione contro ilcambiamento climaticoe laperdita di biodiversità. Questo livello di finanziamento è stato fornito grazie a solidi standard e metodologie, che continueremo a rafforzare, in collaborazione con governi, scienziati e comunità locali in tutto il mondo” è una delle affermazioni da parte del gruppo per opporsi a quanto emerso dall’inchiesta. Il caso dell’organizzazione statunitense non è l’unico che negli ultimi tempi è finito sotto la lente di ingrandimento: di recente il programmaCash Investigationha per esempio raccontato comePUR Projet, società parigina a cui si è affidata ancheNespresso, ha sì finanziato piantumazioni di alberi in Perù ma queste, senza controlli successivi, sarebbero state in parte distrutte solo pochi anni dopo. Queste e altri rivelazioni hanno portatosempre più società a chiedersi se la corsa ai crediti di carbonio funzioni davveroper la lotta al surriscaldamento globale. «Dopo la corsa ai crediti di carbonio, stiamo assistendo a una stasi delle aziende, con i clienti che ci chiedono di controllare la qualità dell’assorbimento di carbonio», ha detto per esempio Renaud Bettin, responsabile dell’azione per il clima diSweep, società che sviluppato una soluzione di assistenza alla riduzione delle emissioni per le aziende. La necessità di maggiori controlli per il mercato delle compensazioni è una questione sempre più sentita in Europa. A fine 2022 la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di fare chiarezza proprio su questo punto e stabilire degli standard per certificare lo stoccaggio del carbonio, come quello dei suoli agricoli. Nel frattempo, diversi gruppi ambientalisti stanno chiedendo una maggiore attenzione sulla questione dei crediti di carbonio che dovrebbero, ma troppo spesso non lo sono, essere comprati e venduti con un metodo efficace per compensare le emissioni climalteranti e non come potenziali operazioni digreenwashing.

Redazione

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