Categories: Economia

Chi sono (e cosa vogliono) i nuovi lavoratori?

 

Buone notizie, o almeno in parte, per quanto riguarda il mercato del lavoro: come dichiaratodall’Istat,a dicembre 2022 si contano 37mila lavoratori in piùrispetto al mese precedente. Ad aumentare sono soprattutto i dipendenti con contratto a tempo indeterminato, mentre i lavoratori con contratto a tempo determinato risultano in discesa. Parlando in percentuali, il tasso di occupazione – tra i 15 e i 64 anni – è salito, da novembre a dicembre, dello 0,1%raggiungendo quota 60,5%, toccando il valore più alto dal 2004; rimane stabile il tasso di disoccupazione, mentre scende al 34,3% il tasso di inattività (ovvero il rapporto tra la popolazione che non lavora e non cerca lavoro, e la popolazione corrispondente per fascia di età). Considerando i 12 mesi,il numero dei lavoratori è aumentato di 334mila unità. Cresce il numero deidipendenti permanenti (+ 0,2%rispetto a novembre 2022) e degliautonomi(+0,7), mentre diminuisce la percentuale dei dipendenti a termine (-1,1%). Tutte buone notizie, se non fosse che di queste 334mila nuove unità296mila sono uomini (88%) e over 50 (92,5%). Soltanto 38 mila donne hanno trovato lavoro durante tutto il 2022. Questo mette in risalto undivario di genereancora troppo presente in Italia. La situazione sembra migliorare se prendiamo in considerazione i soli dati di dicembre: di 37mila nuove unità, 19 mila sono donne e 18mila sono uomini. Guardando il tasso di occupazione femminile, esso si assesta al51,3% contro quello maschile, 69,6%. Attualmente le donne occupate sono 9.763.000 mentre gli uomini sono 13.452.000. L’occupazione femminile in Italia haun tasso tra i più bassi rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea. Inoltre, le donne sono molto più frequentemente penalizzate dai contratti a tempo determinato o part-time. Differenze notevoli anche a livello territoriale:cresce l’occupazione nel nord e nel centro Italia, mentre rallenta sempre di più nel Mezzogiorno. Emblematiche le parole di Francesco Seghezzi, Presidente della FondazioneAdapt(Association for International and Comparative Studies in Labour and Industrial Relations): «Il numero di donne occupatenelle regioni del sud è la metà della media europea». Importante è anche il divario generazionale: l’occupazione cresce nelle classi di età 15-24 anni e 35-49, mentrediminuisce tra i 25 e i 34. Macome è cambiato il mondo del lavoro dopo la pandemia? Per rispondere a questa domanda,Randstadha svolto la sua indagine, ilWorkmonitor, che si propone di monitorare l’atteggiamento dei lavoratori e il cambiamento del mercato del lavoro, attraverso un campione che comprende i lavoratori di oltre 30 Paesi. Il47% dice che vorrebbe un aumento mensilein base al costo della vita, il 44% ne vorrebbe uno in linea con la periodicità delle revisioni salariali annuali , il 32% vorrebbe deicontributi per il costo dell’energiao di altre spese quotidiane. Prendendo come riferimento l’Italia,il 54% dei lavoratori è preoccupato per l’incertezza economicae sull’impatto che essa può avere sul proprio posto di lavoro, il 49% per la propria carriera. Si richiede soprattutto una maggiore stabilità occupazionale ma anche finanziaria. Con l’inflazione, infatti, i lavoratori hanno subìto un duro colpo:da una parte è aumentato il costo della vita, dall’altro gli stipendi sono rimasti stabili.Questo ha portato a una perdita del potere d’acquisto: la differenza tra l’incremento dei prezzi al consumo e quello delle retribuzioni è arrivato a quota 7,6 punti, valore più basso dal 2001, stabilendo, dunque, un record negativo. Non a caso, l’Italia è anche uno dei Paesi in cuigli stipendi sono cresciuti di meno negli ultimi 30 anni(+0,3%), secondo quanto emerge dagli ultimi datiOcse. Proprio il fattore economico è stato uno dei motivi principali che ha spinto i lavoratori italiani adimettersi durante il 2022: sempre secondo l’indagine condotta da Randstad, il 60% non accetterebbe un nuovo lavoro se non si offrisse uno stipendio più elevato. Non solo sicurezza economica, un altro aspetto importante per i lavoratori italiani èsicuramente la flessibilità oraria: per l’83% è indispensabile, tanto che il 35% rifiuterebbe un nuovo lavoro per mancanza di flessibilità di orario, e il 23% ha preferito abbandonare l’occupazione precedente proprio per mancanza di flessibilità sia di orario che di luogo. A tutto ciò si aggiunge l’insoddisfazione da parte dei lavoratori nei confronti delle imprese: l’Italia è ancora molto indietro rispetto alla media globale, siamo sotto di 8 punti percentuali per quanto riguarda la flessibilità oraria, e di 6 punti per la flessibilità di luogo.

Redazione

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