Categories: Diritti

Brasile e aborto: ci sarà una nuova era con Lula?

 

Il presidenteLula ha ritirato ilBrasiledall’alleanza internazionale contro il diritto diaborto: laGeneva Consensus Declaration on Promoting Women’s Health and Strengthening the Family.Promossa da Mike Pompeo, Segretario di Stato di Trump, nel 2020, era stata inizialmente co-sponsorizzata dai Governi di Ungheria, Egitto, Indonesia, Uganda e il Brasile di Jaír Bolsonaro.Attualmente è firmata da 32 Paesi:alcuni di questi si collocano ai primi posti per il numero di stupri, matrimoni infantili e schiavitù sessuale, nonostante la dichiarazione pretenda di proteggere l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne e delle famiglie. Il punto principale su cui si concentra la Dichiarazione è il fatto che ildiritto di aborto non è previsto dalle leggi internazionali. Pertanto, si chiede alle Nazioni Unite dinon interferire nelle scelte dei singoli Paesiper quanto riguarda l’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) e le politiche della famiglia, ritenuta valida solo se fondata sulla coppia eterosessuale. A distanza di poche settimane dall’assalto alPalácio do Planalto,Lula ha deciso di dare anche un altro forte segnale di presa di distanza dal suo predecessore, procedendo alla revoca da parte del Ministero della Sanità degli ostacoli legali per l’accesso all’aborto nei casi previsti dalla legge. Il GovernoBolsonaroaveva infatti introdotto l’obbligo per il personale sanitario di notificare alla polizia i casi diabortoper stupro(1 dei 3 casi in cui l’aborto è consentito dalla legge brasiliana), di conservare frammenti di tessuti organici come prove giudiziarie e di praticare ecografie alle donne affinché potessero vedere il feto prima dell’Ivg. In una nota congiunta del Ministero dei Diritti Umani, degli Esteri, della Donna e della Sanità, il Governo ha giustificato il ritiro dalla Dichiarazione sostenendo cheil documento non è in linea con la legislazione nazionale.“Il Brasile ritiene che la Dichiarazione contenga una visione limitata dei diritti sessuali e riproduttivi e del concetto di famiglia e che potrebbe compromettere la piena applicazione della legislazione in materia – si legge nella nota – Il Governo reitera il fermo impegno a promuovere la salute femminile, in linea con quanto previsto dalla legge nazionale e dalle politiche sanitarie in vigore, e il pieno rispetto delle differenti configurazioni familiari”. Un segnale importante di apertura e diretromarcia rispetto alle politiche conservatrici del GovernoBolsonaro,ma che non cambia in sostanza il fatto che il Brasile è uno dei Paesi meno all’avanguardia per quanto riguarda il diritto all’aborto. Il divieto pressoché totale di accedere all’Ivg fa sì che le donne che vogliono abortire debbano assumersi non solo ilrischio della pena(che vada 1 a 3 annidi carcere per chi si auto induce l’aborto) ma anche di gravi complicazioni di salute che possono portare alla morte. SecondoHuman Rights Watchogni anno inBrasilevengono praticatitra 1 e 4 milioni di abortila maggior parte dei quali eseguiti in cliniche illegali o altre sistemazioni clandestine e in situazioni sanitarie precarie o totalmente inesistenti. Gliaborti clandestinirappresentano la quarta principale causa di mortalità materna del Paese. Secondo ilSistema Único de Saúdesono circa 250.000 le donne che arrivano al pronto soccorso a causa di complicazioni dovute ad aborti illegali, tra cui emorragie e infezioni spesso letali. Le principaliforze di opposizioneal diritto di aborto in Brasile sono lachiesa cattolica,le chieseevangelicheeneo-pentecostalie un certo settore delladestraconservatrice. Nei suoi primi due mandati, nonostante le promesse, Lula non è riuscito a scalfirne il potere e tutte le proposte di legge per allargare l’accesso all’aborto sono rimaste in sospeso e poi mandate al macero. Oggi però la società brasiliana è molto diversa da quella del primo decennio del 2000: è aumentata la coscienza politica e sono apparsi sempre più gruppi di pressione sul fronte dei diritti, e in particolare dei diritti delle donne e delle altre comunità marginalizzate. La speranza è che nella nuova congiuntura politica si trovi terreno fertile per affrontare finalmente il tema e arrivare a unagaranzia piena ed equa a questo diritto.

Redazione

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