Categories: Diritti

L’Argentina continua a cercare i figli dei desaparecidos

 

Nell’aprile del 1977 ungruppo di donnecominciò a riunirsi tutti i giovedì inPlaza de Mayoa Buenos Aires con un fazzoletto bianco in testa, per marciare in cerchio e chiedere dove fossero finiti i loro figli e le loro figlie. Un anno prima le forze armate avevano preso il potere instaurando unadittatura militaree un regime di terrore che portò allascomparsa di 30.000 prigionieri. Durante quel periodo noto comeProceso de Reorganización Nacionalguidato dal generaleJorge Rafael Videlaglioppositoripolitici venivano sistematicamentesequestrati, torturati e infine uccisio fatti sparire.Il 30% di questi erano donne, costrette a subireabusi sessualiestupridi gruppo da parte dei loro carcerieri. Quando una prigioniera rimaneva incinta eracostretta a portare avanti la gravidanza e a vedersi strappare via ilneonatodopo il parto. La stessa sorte poteva toccare a coppie che avevano già dei figli. Si stima che in quegli anni almeno500 bambini siano stati sequestrati e adottati dai carneficidei loro genitori. Nel 1983 le notizie in merito alle pratiche di adozione illegali sono iniziate a emergere, male ricerche su larga scala dei figlideidesaparecidoshanno preso il vis solo nel 2021, quando il governo argentino ha cominciato a inviare centinaia di kit per iltest del Dnaai consolati in diversi Paesi del mondo per ritrovarli. Anche leAbuelas de Plaza de Mayo(nonne di Piazza de Mayo)continuano a cercare i bambini nati in quegli anni: “Potresti essere uno dei nipoti che stiamo cercando- si legge sul loro sito- se sei nato tra il 1975 e il 1980 e hai dubbi sulla tua identità consulta questa pagina”. Dopo la fine della dittaturaalcune famiglie che avevano adottato illegalmente questi bambini si trasferirono all’estero, complicando ulteriormente le ricerche. Non è semplice per i figli deidesaparecidosscoprire che la propria famiglia adottiva è responsabile della tortura e della scomparsa dei genitori biologici e alcuni di loro non riescono ad affrontare iltrauma di risalire alle proprie origini. Qualcuno esita a sottoporsi al test del Dna, altri si sentono in difficoltà ad accusare i genitori adottivi o affermano di essere cresciuti in una famiglia amorevole non riuscendo a immaginarla capace di tali crimini. Secondo gli esperti intervistati per un’inchiestacondotta da Guardian, La Repubblica e Le Monde sonodiverse le motivazioni che hanno portato al rapimento dei bambini. Alcuni degli ufficiali erano probabilmente mossi da credenze religiose per cui non avrebbero potuto uccidere i figli innocenti delle prigioniere incinte, mentre secondo lo storicoFabricio Lainotogliere questi bambini ai loro genitori equivaleva a salvarli da pericolosi sovversivi e dare loro la possibilità di una vita migliore. Per il giudice e attivista per i diritti umaniBaltasar Garzón, invece, si tratterebbe piuttosto di una pratica legata all’umiliazione estrema dei prigionieri: dopo essersi presi la loro vita i militari si sono appropriati anche della loro discendenza. Finorasono stati rintracciati circa 130 figli didesaparecidos, ma ne mancano ancora centinaia. A dicembre dello scorso anno leabuelashanno annunciato ilritrovamentodi due nipoti mancanti e ilpresidente argentino Alberto Fernándezha commentato la notizia affermando che l’anno si è chiuso con più verità. Ma la ricerca diventa sempre più urgente perché i figli stanno crescendo e leabuelasstanno scomparendo. La presidente dell’associazioneEstela Carlottoha 92 anni e lo scorso novembre una delle storiche fondatrici dell’associazioni,Hebe de Bonafini, è morta dopo aver dedicato tutta la sua vita per la ricerca della giustizia.

Redazione

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