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Meta è responsabile dei post di incitamento all’odio?

 

Meta, la casa madre di Facebook e Instagram, è stata accusata di non aver risposto in modo adeguato aimessaggi di odiodiffusi sul social network in relazione allaguerra civilenella regione settentrionale delTigray in Etiopia, conclusasi con unaccordodi pace siglato a novembre dopo due anni di conflitto, migliaia di morti e milioni di sfollati. La causa è stata presentata il 14 dicembre presso l’Alta corte del Kenya dadue cittadini etiopi, uno dei quali è un ricercatore perAmnesty International, insieme all’organizzazione legale kenyotaKatiba Institute, e secondo quanto riferisce ilGuardianpunta alla creazione di un fondo da 200 miliardi di scellini kenioti (circa1,5 miliardi di euro) per le vittime di incitamento all’odio. Uno dei firmatari,Abrham Meareg, sostiene che suo padre, un accademico etiope, è stato preso di mira da messaggi razzisti prima del suo omicidio nel novembre 2021, che Facebook non abbia rimosso i post nonostante le denunce. «Se Facebook avesse fermato la diffusione dell’odio in tempo e moderato correttamente i post, mio ​​padre sarebbe ancora vivo», ha detto Meareg. «Perché ci è voluto più di un mese per rimuovere un postche chiedeva l’omicidio di qualcuno?», chiede il suo avvocato Mercy Mutemi. «Sto portando Facebook in tribunale in modo che nessuno soffra mai più come ha fatto la mia famiglia – ha aggiunto Meareg –Chiedo giustizia per milioni di miei concittadiniafricani feriti dall’affarismo di Facebook e scuse per l’omicidio di mio padre». Il portavoce di Facebook,Ben Walters, ha replicato all’agenzia di stampaAssociated Pressche l’azienda ha «regole rigide che delineano ciò che è e non è consentitosu Facebook e Instagram. L’incitamento all’odio e l’incitamento alla violenza sono contrari a queste regole e investiamo molto in team e tecnologia per aiutarci a trovare e rimuovere questi contenuti». Non è la prima volta che Meta viene accusata di non essere intervenuta tempestivamente per non aggravare il conflitto in Etiopia. A febbraio di quest’anno, un’indagine condotta dalBureau of Investigative Journalismin collaborazione conl’Observerharilevatocome Facebook continuasse a consentire la diffusione di odio e disinformazione nonostante fosseconsapevoledel clima di tensioneche contribuiva a generare. Un documento interno a Facebook del giugno 2020 parlava di «lacune significative nella nostra copertura(soprattutto in Myanmar ed Etiopia)». A dicembre dello stesso anno, la situazione in Etiopia – che nel 2019 veniva già definita “grave” – era l’unica classificata come “dire” (‘terribile’, ‘atroce’), il grado più alto di minaccia. Nel 2018Facebook ammise di non aver fatto abbastanzaper prevenire l’incitamento all’odio contro iRohingya, una minoranza etnica musulmana inMyanmarche alla fine del 2021citòin giudizio il social network a fronte di una richiesta di risarcimento di 150 miliardi di dollari. «La diffusione di contenuti pericolosi su Facebook è al centro della ricerca del profitto diMeta, poiché i suoi sistemi sono progettati per mantenere le persone coinvolte», ha dichiarato Flavia Mwangovya, vicedirettrice regionale diAmnesty International. «Questa azione legale èun passo significativo per ritenere Meta responsabiledel suo modello di business dannoso».

Redazione

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