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Studenti, è l’ora dei quiet quitters

 

In America, un sondaggio del gennaio 2022 effettuato tra i membri dellaNational Education Association, ha rivelato che il 55% degli educatori stava valutando dilasciare il proprio posto di lavoro,mentre ilNew York Timesa settembre, con l’inizio dell’anno scolastico, ha denunciato unallarmante esodo degli insegnanti,causato da una politica miope che ha investito sempre meno in istruzione e ha abbandonato gli insegnanti durante i mesi della pandemia da Covid-19, rendendoli macchine da lavoro, reperibili 24 ore su 24 tra riunioni, lezioni, incontri e colloqui dalla durata imprecisata. In Italia la tendenza è molto simile, ma sembra riversarsi, più che sul corpo docente, suglistudenti. Così, se in America si è fatto strada in maniera rapidissima il fenomeno dellaGreat Resignation,ossia delle dimissioni di massa causate di un’insoddisfacente vita lavorativa e in nome di una serenità personale, nel nostro Paese a spopolare è ilquiet quitting.Letteralmente, “abbandono in silenzio”. Precisamente: lavorare sì, ma non troppo, alla ricerca del giustoequilibrio tra vita lavorativa e vita privata,oltre che di un benessere psicologico. Un’onda virale che è partita a luglio di quest’anno da Zaid Khan, un ingegnere 24enne di New York, che con un video di pochi secondi, ricondiviso milioni di volte, ha voluto porre la prima pietra per un muro contro lahustle culture, la cultura del lavoro estremo per il raggiungimento della realizzazione personale, quella secondo cui lavorare o studiare 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 è giusto e normale. Sembrano spariti i “giovaniwannabe”:nessuna aspirazione, nessun “voler essere”. La voglia di fare c’è, ma quanto basta. Sono nati iquiet quitters. Mentre le opinioni si dividono tra chi etichetta i giovani come “fannulloni che non hanno voglia e spirito di sacrificio” e chi sostiene l’ideale di una cultura che coltiva il benessere mentale, ilWall Street Journaldescrive quello del quiet quitting come un fenomeno del mondo studentesco che non vuole troppe preoccupazioni oresponsabilitàe si approccia agli studi superiori o al mondo del lavoromeno preparatoe desideroso di superare i carichi dilavoro. È un modo di affrontare gli studi senza stress o ansie, insomma. Un nuovo trend in cui«Si continua a svolgere i propri compiti, manon si aderisce più alla cultura della competizioneverso se stessi e gli altri, quella secondo cui il lavoro deve essere la nostra vita», spiega Zaid nel suo video. Una nuova tendenza nel mondo della scuola in cui gli studenti della generazione Z sono dentro con tutte le scarpe e che rischia di trasformarsi pericolosamente in una sorta diapatia nei confronti della vita,trovando come sua massima espressione il silenzioso allontanamento da possibili imprevisti e responsabilità. Un sentimento apatico, quello verso cui viaggiano i giovani d’oggi, che si evidenzia anche nel rapporto pubblicato dall’Unicefsulla condizione degli adolescenti in occasione dellaGiornata italiana dell’infanzia e dell’adolescenzacelebrata lo scorso 10 ottobre. Secondo il sondaggio, 1 ragazzo su 7 tra i 10 e i 19 anni soffre di disturbi legati alla salute mentale e ogni 11 minuti un ragazzo nel mondo si toglie la vita rendendo ilsuicidiola quinta causa di morte dei giovani(la seconda in Europa). Ciò che porta a riflettere è che, proprio nello stesso rapporto condotto dalla Onlus, il 66% dei giovani intervistati abbia richiestomaggiore supporto e attenzione alla salute mentale proprio da parte delle scuole, luogo in cui ancora sentono di poter trovare rifugio e aiuto, nonostante la difficoltà dei nostri anni e l’isolamento in cui si stanno incastrando queigiovani apatici, disillusi dal mondo.

Redazione

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