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Anche l’economia rende felici

 

A metà del 1800, Thomas Carlyle definiva l’economia come la scienza tristee la descriveva come una disciplina incapace di valorizzare gli aspetti migliori della specie umana. L’approccio utilitaristico come criterio fondamentale di scelta, l’Homo Oeconomicusegoista e spietato eppure divenuto il modello a cui tendere, l’obnubilamento del senso di responsabilità individuale in quanto intralcio al conseguimento del profitto: diciamo che anche gli economisti non si sono aiutati. L’economia della felicità Ciononostante, nel corso degli ultimi anni si è andata affermando una disciplina nota comeEconomia della Felicità. Le origini di questa branca si fanno risalire agli studi diDaniel Kahneman, lo psicologo di origini israeliane che nel 2002 ha vinto il Premio Nobel per l’economia insieme all’economistaVernon Smith. Nella motivazione dell’attribuzione del Nobel, si legge che il premio è stato loro riconosciuto “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”. A dispetto del tradizionale approccio della teoria economica che vorrebbe l’essere umano come un agente perfettamente razionale rispetto al proprio scopo, Kahneman e Smith partono dall’osservazione della realtà. E la realtà è che tutti noi viviamo in una condizione di costante incertezza e questo influenza le nostre scelte. Gli studi di Kahneman allora ci tornano utili per comprendere comeindirizzare le nostre scelte economiche se vogliamo vivere una vita di felicitàe soddisfazione. E sapete cosa dimostrano le sue ricerche? Che uno dei comportamenti più frequentemente associati a una vita felice è l’essere generosi. Il valore della restituzione Deve averlo capito bene William MacAskill, filosofo scozzese, ultimo di 3 fratelli, Professore Associato a Oxford, padre del movimento dell’altruismo efficace e co-fondatore dell’associazioneGiving What We Can. Nei suoi libri, questo giovane brillante (ha 35 anni, ma ne dimostra la metà) esprime con grande semplicità un concetto sul quale non si può che concordare e che è alla base della sua attività sia di ricerca che di divulgazione e che egli stesso mette in pratica nella propria vita personale. Se ognuno di noi donasse il 10, massimo il 15% del proprio reddito a un’associazione benefica in grado di utilizzare questo denaro in modo realmente efficace, la vita di chi dona cambierebbe di poco, ma quella delle persone che ricevono potrebbe essere letteralmente trasformata. E in una recente intervista, MacAskill parla non solo delvalore della restituzione, ma anche di un ritorno positivo individuale, svelandoci una grande verità:a beneficiare degli atti di generosità non è solo chi riceve, ma anche chi dona.Come, del resto, aveva già suggerito Kanheman. Gli onori della cronaca Nel giro di pochi anni, MacAskill sta ampliando su scala il suo approccio alla beneficienza. Perché va bene essere filosofi, ma in una congiuntura economica come questa, bisogna sapere dove andare a cercare il denaro. Ed è così che l’altruismo efficacesta conquistando un numero sempre maggiore di personaggi ricchi della Silicon Valley, del mondo della finanza, nonché alcuni potenti miliardari, come il re della criptovaluta Sam Bankman-Fried, il co-fondatore di Facebook Dustin Moskovitz e perfino Elon Musk. Nella vicenda giudiziaria legata al naufragato progetto di acquistare Twitter, quello di MacAskill è infatti uno dei numeri emersi dai tabulati telefonici del miliardario. E, del resto, questo è parte del suo lavoro: aiutare i miliardari a donare in modo efficace il proprio denaro. A volte, in modo un po’ naïf. In concomitanza con l’uscita dell’ultimo libro di MacAskill,What We Owe The Future, Musk pubblica un tweet di supporto, affermando di sentirsi molto vicino all’approccio adottato dall’autore. In tutta risposta, il professore pubblica un lungo thread, puntualizzando invece tutti gli aspetti sui quali i due discordano. E forse questa naïveté è uno dei segreti del suo successo, ma a noi sta simpatico anche per un altro motivo: oltre che essere altruista e vegetariano, MacAskill sostiene laparità di genere, suggerendo agli uomini di valutare l’ipotesi di modificare il proprio cognome una volta sposati. E anche in questo ha voluto essere d’esempio. Il cognome di William era Crouch, MacAskill è il cognome che lui e la moglie hanno scelto. Ed era quello della nonna di lei da nubile.

Redazione

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