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Via le stelle marine dai barbecue neozelandesi

 

Gamberi, anemoni, granchi, stelle marine,polpi: un tempo i fondali rocciosi e le coste dellaNuova Zelandabrulicavano di crostacei e creature diacqua salata, ma le cose sono cambiate. È iniziata una raccolta ossessiva per arricchire le proprie grigliate all’aperto, sulla spiaggia, mettendo a rischio l’ecosistema locale. Le comunità dell’Isola del Nord, in particolare, luogo in cui sorge la città più popolosa del Paese, Auckland, e che ospita vulcani attivi e parchi nazionali, hanno chiesto alle autorità divietare temporaneamente la praticalungo i litorali locali, dove numerosi gruppi equipaggiati di «martelli, fili di ferro e cacciaviti» prendono «qualsiasi cosa», spiega Mary Coupe, leader del gruppoSave the Rock Pools Committee. Il comitato ha condotto una campagna per ottenere maggiori restrizioni sui frutti di mare nella regione di Omaha, a circa 75 km a nord di Auckland. Come racconta il quotidiano britannicoGuardian,la tribùMāoridegliiwi,termine che indica le aggregazioni più vaste di nativi, ha denunciato che molte persone avrebbero raccolto e grigliato sulla spiaggia secchiate di molluschi e creature marine. La Nuova Zelanda ha una lunga tradizione di raccolta di frutti di mare a causa della combinazione tra questi episodi, ildragaggio dei fondali el’inquinamento. E alcune popolazioni, quelle che stanno soffrendo più di altre, hanno chiesto ilrahui, una pratica tradizionale che vieta la raccolta di determinati alimenti per consentire alle specie di ricostituirsi. Il timore, infatti, è che le rive si svuotino di esemplari e questi si estinguano: «Crediamo che se non si interviene con urgenza i nostrimātaitai(molluschi,ndr), i nostri letti dikaimoana(frutti di mare,ndr) non solo saranno gravemente impoveriti, ma arriveranno al punto del collasso», hanno scritto alcuni rappresentanti delNgāti Pāoa Iwi trust, una delle organizzazioni delle comunità Māori. La professoressa e scienziata marina Candida Savage ha spiegato alGuardianche il ruolo dei molluschi ècruciale per gli interi ecosistemi costieri: «Sono fondamentali per la salute degli estuari, per l’uomo, ma anche per gli altri organismi che abitano queste insenature». Un’indagine condotta dall’Istituto nazionale di ricerca sull’acqua e l’atmosferaha rivelato che in un decennio, fino al 2021,è scomparso il 93% della popolazione di capesantedel Golfo di Hauraki, un tratto costiero dell’Isola del Nord che si affaccia sull’Oceano Pacifico. La tribù locale dell’isola di Waiheke chiede un’azione urgente «affinché le generazioni future non subiscano la catastroficaperdita di pratiche culturali, biodiversità e collasso dell’ecosistemache stiamo affrontando oggi», ha scritto l’organizzazione. Anche la tribù maori dominante dell’isola del Nord, gli Ngāti Hei, ha insistito presentando una petizione per richiedere unrahui. Alcune istanze sono state accolte, vietando la pratica, ma quella di Mary Coupe, presentata più di un anno fa,è stata respinta. E la raccolta indiscriminata è continuata: Coupe haraccontatoal quotidiano localeStuffche le persone arrivano sulla spiaggia a centinaia, “per strappare tutta la vita marina dagli scogli, cucinare e mangiare”. «I singoli fattori di stress (inquinamento, dragaggio e raccolta,ndr) potrebbero non essere così gravi, ma collettivamente, con gruppi di persone che lo fanno ripetutamente, queste specie potrebbero subire un rapido declino», ha avvertito la dottoressa Savage. E, anche quando vengono istituiti dei divieti, «ripristinare queste popolazioniormai perse o drasticamente diminuiteè un processo piuttosto lungo».

Redazione

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