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Sì o no al rewilding?

 

L’ara di Spix(Cyanopsitta spixii) è un pappagallo noto al grande pubblico per il film animato,Rio. Oggi i fratelli di Blu – così si chiamava l’ara protagonista del film Pixar – presenti in natura sono tuttiestinti. Ne rimangono solo un centinaio in cattività, che vengono allegati perpreservare la specie. Ne viene curata l’alimentazione, la salute, persino la riproduzione per garantire la prosecuzione della specie, tra speranza e accanimento. Un lavoro costoso e impegnativo. Un destino comune a tantissimespecie animali e anche di piante, che sopravvivono solo inzooo incentri di ricerca, avulsi dal loro contesto naturale in quanto nati e cresciuti in ambienti “artificiali” creati dall’uomo. Per molti conservazionisti l’obiettivo è lareintroduzione innaturadi queste specie, in aree rese di nuovo selvagge tramite parchi, leggi per la protezione o una gestione complessa e integrata della natura. Aree che spesso devono essere liberate da suppostespecie invasiveche ne hanno causato la scomparsa, e che dunque devono essere cacciate ed eliminate anche con procedimenti sofisticatissimi, sterminando fino all’ultimo esemplare. Recentementeil reinserimento delle specie, noto agli esperti comerewilding, si è concentrato sulla reintroduzione di mega-fauna, al vertice della catena alimentare, come aveva ben capito quasi cento anni fa Aldo Leopold, uno dei primi grandi conservazionisti americani. Lupi, orsi, ma anche bisonti, linci, cavalli selvaggi. Un discorso che vale anche per gli alberi vengono piantati perriforestare aree antropizzateper renderle di nuovo naturali (qualsiasi cosa significhi dato che la geografia degli alberi è stata negli ultimi millenni fortemente influenzata dall’azione antropica), magari anche con schemi dicarbon offsetting, ovvero della CO2 catturata dalle neo-foreste e venduta a imprese o persone per compensare le proprie emissioni di gas climalteranti, come fanno aziende comeZeroCO2. Anche per il clima pensiamo di poter ingegnerizzare soluzioni, come lageoingegneria solare(o “gestione della radiazione solare”, in quello che dovrebbe essere un linguaggio meno spaventoso), ovvero spruzzare particelle cheriflettono le radiazioni solari nell’atmosfera, quindi riducendo la capacità di catturare calore. Ecco, questi sono tutti esempi di come ci affanniamo a gestire la natura, trascienza ambientale e tecnologie genetiche o gestionali. Dall’antichità abbiamo addomesticato animali e imparato a seminare, tagliato alberi per il fuoco e perla sussistenza delle comunitàe imparato a controllare l’acqua e domarne il corso. Ora però la gestione della natura arriva per correggere gli errori che noi stessi umani abbiamo commesso, dalcambiamento climaticoalla devastazione degli ecosistemi causata dalla nostra industria alimentare globale. Unavisione tecno-positivista anteposta al conservazionismo naturalista, basato sulla totale neutralità di intervento, quasi una cieca fiducia nella divina provvidenza. Su questa faglia si sono createfratture all’interno del mondo scientifico e ambientalista. Basta vedere le divisioni tra chi che crede che boschi e foreste vadano lasciati in pace e faranno da sé, e chi invece ritiene necessaria una gestione basata su solide basi scientifiche per mantenere vivi, sicuri e produttivi gli alberi. Oppure tra chi in Africa vuole creare sempre più riserve naturali per la megafauna e chi denuncia gliimpatti sulle popolazioni indigenedella conservazione a ogni costo. La domanda che emerge in ogni caso è la seguente: noi umani abbiamo il diritto digestire ogni aspetto della natura, tenendo in vita animali, riforestando e gestendo boschi e foreste, eliminando specie invasive, modificando il climamodificato da noi stessi? È arroganza voler pensare di salvare labarriera corallinaa ogni costo, anche affondando navi sui fondali, oppure ingegnerizzare il clima secondo il nostro favore? Un’opinione non vuole e non può dare certo risposta. Ma il punto èchenonesiste in Italia una discussionesu come dobbiamo gestire emergenze comespecie in via d’estinzione, aree a rischio, rinserimento di specie (si veda l’isteria legata all’orso o al lupo), geoingegneria, gestione forestale, intervenendo direttamente. Non parlo solo di come ridurre gli impatti, argomento che avremmo già dovuto aver concluso da tempo, ma di comerigenerare e riparare gli immensi impatti dall’uomo generati. Rigenerazioneè il tema chiave degli anni a venire: per questo è importante ragionarci sopra oggi. Deve arrivare all’attenzione del pubblico, come accade negli Stati Uniti. Come ha fatto la bravissimaElizabeth Kolbert nel bestsellerUnder a White Sky, che esamina con distacco tutte le soluzioni di intervento intraprese dall’uomo, dalla difesa a ogni costo delle aree costiere deibayoudella Louisiana dall’inevitabile innalzamento dei mari, fino alla riproduzione forzata dei ciprinodontidi nelle pozze d’acqua nel deserto del Mojave o alla geoingegneria climatica in Islanda. Questo è un dibattito di alto livello, ma nel nostro Paese le università o il Ministero della Transizione Ecologica sembranocompletamente avulse da queste tematiche. Serve tornarne a discutere, sui giornali specializzati, nelle università e nel dibattito tra esperti. Laspeculazione intellettualesu queste tematiche non è un vezzo.

Redazione

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