In fondo al mare ci sono duetesori. Di uno conosciamo ancora pochissimo, mentre sull’altro abbiamo messo gli occhi già da tempo: solo cheper estrarre il secondo – un po’ come nelle favole – c’è un pegno da pagare. Perdere il primo tesoro con potenziali enormi danni per tutti noi. Il dilemma dei due tesori è quello che interessa – un po’ come la conquista dell’Artico – lenuove frontiere dell’estrazione mineraria. Il primo scrigno è labiodiversitàdegliabissie deglioceani, ancora per molti aspetti a noi sconosciuta, mentre il secondo è composto dainoduli metalliciche si trovano nelle profondità di diverse aree del Pianeta. Queste formazioni contengonomineralieelementidi cui le società moderne hanno sempre più bisogno percavalcare il progresso, anche per la realizzazione per esempio diveicoli elettricio sistemi che servono per alimentare leenergie pulite. Nei noduli infatti si trovanomanganese, nichel, rame, cobalto, zincoe altri elementi preziosissimi per le industrie, oggi “cacciati” con estrazioni in ogni angolo della terraferma dove sono presenti. In mare però il discorso è più complesso. Da diversi anni ci si interroga se le esplorazioni minerarie profonde (deep sea mining) possano essere una risorsa da sfruttare per le economie mondiali o – considerando che conosciamo appena l’1% delle creature e gli organismi unicellulari che vivono negli abissi – se decidere disaccheggiareil fondo degli oceani possa trasformarsi in unboomerangdiperdita di biodiversitàtale da impattare anche sulle nostre vite. Nel frattempo, però, mentre la tecnologia per le estrazioni in profondità continua a fare progressi, a oltre4.000 metri in diverse zone degli oceani – come laClarion-Clipperton tra le Hawaii e il Messico- i minerali presenti sui fondali in grandi quantità continuanoa fare gola alle compagnie minerarieche speranoin regole globaliper poter iniziare i percorsi di estrazione. Regole a cui scienziati e ambientalisti sioppongonomettendoci in guardia sui rischi. Di recente la questione della corsa all’ oro profondo nella Clarion Clipperton Zone (CCZ) sta diventando sempre più pressante. Già da inizio Novecento è nota la presenza dei noduli in questa gigantesca zona dell’oceano traHawaiieMessicoma solo negli ultimi decenni lo sviluppo della robotica e delle tecnologie hanno aperto le porte a una possibile estrazione. Al momento perònon esistono leggi internazionali preciseche avallano la possibilità di estrarre, sebbene lobbies e governi stiano spingendo in tal senso a caccia di quelleterre rare ed elementi fondamentali per esempio per la prossima generazione diauto elettriche. Ladatain cui si potrebbe arrivare a un primo via alle estrazioni in acque profonde su scala industriale èil luglio 2023. Al momento infatti l‘International Seabed Authority,l’organizzazione affiliata alle Nazioni Unite che è incaricata di gestire le attività minerarie in acque profonde, ha soltantoconcesso licenze per esplorare, ma non per estrarre su larga scala, anche se da mesi l’ISA sta tenendo incontri e riunioni per negoziare lo sviluppo di regolamenti. Se si è arrivati a questa data è anche per le pressioni diNauru, isola del Pacifico che nel 2021 si è avvalsa di una norma incorporata nellaConvenzione delle Nazioni Unite sulla legge del Mare(UNCLOS) tale da far ripartire l’attività mineraria sui fondali marini in due anni. Dopo la mossa di Narau, non è escluso che l’ISA nei prossimi 15 mesi possa arrivare a finalizzare dunque nuovi regolamenti per le estrazioni. Quel che blocca però un reale via libera èla scarsa conoscenza degli abissi: si stima che a migliaia di metri nel fondo degli oceani vivanocentinaia di specie a noi sconosciute(anche per gli equilibri degli ecosistemi) e che il 90% di queste siano ancora un mistero per la scienza. Con le estrazioni, c’è dunque il rischio di crearedanni irreversibili perquesti esseri viventi, per gli habitat e la salute degli oceani. Per Louisa Casson, attivista diGreenpeace, sono progetti«pericolosi e non necessari solo per realizzare un rapido profitto». Jessica Battle della campagnaNo Deep Seabed Miningdel WWF sostiene che «l’estrazione mineraria in fondali profondi è altamente rischiosa e causerà danni irreversibili all’oceano, alla sua vita e alla sua capacità di mitigare il cambiamento climatico. Esistono già soluzioni alternative:innovazione, riciclo e riparazionepossono soddisfare il fabbisogno di materie prime delle industrie senza aprire il fondale marino all’estrazione mineraria». Sebbene alcuni delegati dei vari governi interessati all’estrazione riconoscano una generale mancanza di conoscenze scientifiche sul deep mining el’assenza di un piano di compensazione finanziariain caso di danni ambientali, la necessità di avviare le esplorazioni in acque profonde oggi sembra prevalere. Tanto che di recente inGiamaica,aKingston, i principali attori di questa possibile filiera si sono incontrati – confrontandosi con l’ISA – nella speranza di finalizzare i regolamenti entro luglio 2023 per poi iniziare le estrazioni per esempio nellepianure abissali,le montagne sottomarine o nelle zone degli sfiati idrotermali. Da Narau, che spinge per il via libera, sostengono anche che l’estrazione in acque profonde potrebbe aiutaregrandi economiecome gliStati Unitie l’Unione Europeaa “revisionare edecarbonizzarei loro sistemi energetici e di trasporto” così come implementare le tecnologie rinnovabili per la lotta alla crisi climatica. Eppure, come ricordano studi sui rischi da estrazione pubblicati da diversi ricercatori internazionali suMarine Policy, dai danni delle estrazioni sino aipossibili impatti dei rumorisono ancoratroppe le lacune scientifichenella comprensione delle profondità marine e dei potenziali impatti dell’attività mineraria e anche solo per questo motivo non bisognerebbe avallare il deep mining sino a quando queste non saranno colmate. Molto, sulla scelta di cosa fare dei due tesori in fondo al mare, se evitare di danneggiare la biodiversità oceanica estraendo elementi, oppure se farne incetta per avere risorse in direzione di energie pulite sulla terraferma ma a scapito degli equilibri del mare, lo si conoscerà fra pochi mesi:a luglio 2022, un anno prima dell’ok a potenziali regolamenti, si terranno infatti una serie di riunionidell’International Seabed Authorityche potrebbero determinare la scelta.
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