Marco Aurelio Stefanini, 25 anni. Il nome, in un certo senso impegnativo, sembra un biglietto da visita. Apparentemente timido, ha gli occhi scuri e languidi, i lineamenti latini ereditati dalla madre colombiana. Una grande passione per il calcio e il giornalismo, una combinazione perfetta per scrivere sull’Esquire e ottenere il tesserino da pubblicista. Ma, la svolta per lui è stata in primo luogo l’impegno politico. Non si è trattato di un amore adolescenziale, come tanti che, cresciuti a pane e politica, a 14 anni cominciano a frequentare gli ambienti di partito. Piuttosto un’esigenza che è affiorata nel tempo, per problemi concreti, vicini. Non è semplice inserirsi in un contesto politico sulla soglia dei 20 anni: farlo significa cominciare in salita, dover recuperare in corsa una serie di passaggi solitamente graduali, lanciarsi un po’ nella mischia e confrontarsi subito con chi, quel mestiere, lo esercita da anni. Se però dovesse individuare un momento preciso in cui la consapevolezza di voler fare politica lo ha colto, è stato nel 2017 con il referendum ATAC. Ecco, una questione che interessava e coinvolgeva direttamente il suo quartiere, nella periferia di Roma, dove qualsiasi problema o disagio si fa più urgente. Lui appoggia la liberalizzazione del servizio, crede nella possibilità di rilanciare l’azienda e migliorare la qualità dei trasporti nella Capitale. Si appassiona, si informa, comincia a partecipare e promuovere la sua posizione: la vittoria del fronte a favore della liberalizzazione segna il suo personale momento di svolta. Arriva poi l’occasione di candidarsi per il VII Municipio di Roma Capitale. Stavolta non vince. Non riesce a essere eletto, ma si conquista 106 voti, di cui va orgoglioso. Anche questa è una tappa importante, un inizio. Per il suo futuro non vuole progettare troppo, ora che si è laureato in Scienze Politiche all’università La Sapienza. Un punto fermo, però, è continuare a fare politica, anche sperimentando canali alternativi. È convinto che la politica intesa come “cosa pubblica” possa essere a misura d’uomo e praticarsi in innumerevoli modi: primo fra tutti l’attivismo. All’orizzonte si profilano molte sfide, ma la parola chiave è “cooperazione”. Per lui la svolta è necessaria soprattutto nella dimensione europea, dove occorre maggiore coesione. Chissà, provoca, fra 50 anni al G20 l’Unione Europea potrebbe presentarsi come un’unica voce.
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