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Striscia di Gaza, un piccolo spiraglio di luce

 

Il conflitto tra Israele e Palestina è uno dei nodi politici e sociali più inestricabili nella storia dell’umanità moderna: nulla di strano che in una situazione del genere nascano anche per i singoli cittadini situazioni assurde, kafkiane. Lo sanno bene i circa 30.000 palestinesi – stima di Hamas – che vivono nel territorio di Gaza, formalmente amministrato da Israele, e sono tuttavia lì senza nessun documento d’identità riconosciuto attualmente come valido. Quando negli anni ’90 sembrava che gli Accordi di Oslo (con Arafat, Clinton e Rabin protagonisti) avrebbero messo finalmente ordine nell’area, molti palestinesi decisero di fare ritorno nella zona di Gaza (o di restare anche oltre i termini dei visti che gli erano stati garantiti per visitare i parenti lì residenti), confidando in una normalizzazione in tempi brevi dell’area e dei rapporti al suo multilaterali. Le cose poi si sono complicate (eufemismo), in questo drammatico rompicapo senza fine che è la crisi medio-orientale – rompicapo di cui probabilmente molti non vogliono nemmeno la fine, per propri interessi e rendite di posizione. Lo sviluppo pacifico e ordinato dell’architettura amministrativa in molte zone dei territori contesi tra Israele e Palestina è rimasto, semplicemente, una chimera. Una delle conseguenze è che appunto decine di migliaia di palestinesi si sono ritrovati letteralmente intrappolati nella Striscia di Gaza, senza possibilità di uscirne – e questo ancora prima che Israele ed Egitto imponessero, nel 2007, un sostanziale isolamento forzato di quei territori, accusati di essere un “nido” di Hamas e focolaio di incidenti e terrorismo. Israele infatti aveva rifiutato ogni minimo possibilità all’Autorità Palestinese di emettere dei documenti d’identità validi ai residenti palestinesi della Striscia. Il risultato? Per molte persone, semplicemente kafkiano: senza nessuna colpa, erano impossibilitate a muoversi. Non potevano uscire dalla Striscia. Bene. Come segno di buona volontà dopo i recenti (ed incoraggianti) incontri tra il Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz e il Presidente palestinese Mahmoud Abbas, in questi giorni le autorità di Tel Aviv hanno deciso di concedere progressivamente la residenza a circa 13.500 palestinesi che abitano nella Striscia. Già una prima tornata di 3.200 documenti è stata spedita fra coloro che ne hanno fatto richiesta. Muoversi nell’area comunque è sempre un incubo, in un reticolo di visti, vischiosità burocratiche, intoppi e difficoltà; ma migliaia di persone iniziano finalmente a vedere uno spiraglio verso una forma di normalità (come commenta una famiglia palestinese, dichiarazioneriportata sul Washington Post: “Finalmente riusciremo a visitare i nostri parenti in Giordania”). È solo un piccolo tassello, la strada verso la pace e la normalità è purtroppo ancora lunghissima; forse è però il primo concreto passo in avanti dopo circa un decennio di rapporti ai minimi termini. Passo in avanti che non è stato commentato positivamente da Hamas, l’ala palestinese oltranzista, che ha accusato tutta questa manovra di essere “lontana da quello che dovrebbe essere lo spirito nazionale palestinese”. D’altro canto pure Gisha, gruppo di pressione israeliano a favore della libertà di movimento, afferma con una certa dose di scetticismo che “Questa concessione dell’amministrazione israeliana non è nulla di che: stanno solo facendo quello che dovrebbero aver già fatto da tempo secondo le leggi internazionali – e lo stanno facendo solo per una piccola parte della popolazione che ne avrebbe realmente diritto”. Non costa nulla però vedere il bicchiere mezzo pieno, e sperare che questo piccolo spiraglio di luce diventi il viatico per una nuova fase verso la risoluzione del conflitto.

Redazione

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