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La storia dimenticata della cabina fototessera

 

Sembrano testimonianze di un passato ormai lontano, lecabine di fototesseresparse tra le gallerie, le piazze e le strade delle città. Eppure, chi non ne ha mai vista una? Chi non è mai entrato nello spazio piccolo della cabina per scattarsi una fototessera, o per immortalare, attraverso tante piccole foto, il ricordo di una giornata difficile da dimenticare? Ebbene, come tutto ciò che merita un ricordo speciale, la cabina di fototessera,in occasione del suo 60esimo compleannosbarca nei musei più importanti d’Italia, ma è il caso di fare un passettino indietro. Era il 10 dicembre 1962 quandoDedem– l’azienda di Ariccia che gestisce tutte le cabine sul territorio nazionale – istallò la prima nella Galleria Colonna a Roma, oggi Galleria Alberto Sordi. La striscia verticale di 4 foto, rigorosamente in bianco e nero, costava 100 lire e il tempo di consegna era di 3 minuti. Solo 10 anni dopo si era già conquistata uno spazio tutto suo nel fervido mondo culturale del tempo. Sono gli anni ’70, la società sta cambiando e con essa anche l’arte: nascono nuovi modi di pensarla e nuove forme per raccontarla. L’arte, all’interno di un mondo complesso, che muta velocemente e che rifiuta le rigorose leggi d’un tempo, rompe ogni spazio, oltrepassa tutti i bordi. Essa smette di significare “opera”, di coincidere con un prodotto formalmente compiuto in sé stesso e prende le sembianze di un processo, di una situazione che definisce sé stessa in divenire, sempre uguale e mai la stessa. Le barriere tra l’artista e il pubblico si sgretolano, perché è quest’ultimo che con la sua presenza modifica lo spazio intorno a sé e di conseguenza lo stesso oggetto artistico. Oggetto che anch’esso esce fuori da ogni confine: tutto può aspirare a entrare in un museo, anche una cabina di fototessere. Ed ecco che arriviamo al 1972, quandoFranco Vaccariespose la cabina alla XXXVI edizione dellaBiennale di Veneziain quella che chiamò “Esposizione in tempo reale n. 4: lascia su questa parete una traccia fotografica del tuo passaggio”. Ogni passante era sollecitato a scattarsi una foto nello spazio privato della cabina, delimitato da una tendina, e separato da quello pubblico della Biennale, per poi lasciare la sua testimonianza su quelle pareti solitamente destinate a opere di grandi autori. Vaccari trasforma la cabina da un mezzo di produzione meccanica di foto a una forma d’arte, e lo fa immaginando una nuova modalità di produzione delle fototessere: non più destinate solamente ai documenti d’identità e scattate per necessità, ma strumento ludico e liberatorio attraverso cui riappropriarsi degli spazi del quotidiano. Un’opera potenzialmente infinita, frutto della partecipazione collettiva, che permette a ogni passante di trasformarsi in artista e di autoritrarsi. Ed oggi, a 50 anni da quell’Esposizione, la cabina Dedem torna in alcuni dei musei più importanti d’Italia per celebrareuna storia che è in fondo la storia di ognuno di noi; di tutti coloro che hanno utilizzato quello spazio per scattarsi un selfie più affascinante di quelli che scorriamo sullo schermo del nostro smartphone. I primi musei in cui sarà possibile visitare la cabina sono laGam- Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, laGamec- Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, e ilMacro- Museo di Arte Contemporanea di Roma. La cabina verrà dunque esposta in questi musei da dicembre per essere ammirata e per continuare a erogare i suoi servizi, quasi a dimostrare di non temere lo scorrere del tempo e che la seduzione che esercita trascende ogni epoca.

Redazione

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