Ambiente

Non si circola bene in America

In occasione di Circularity22, grande evento ad Atlanta sull’economia green, gli Stati Uniti mostrano i limiti di un sistema che produce e consuma, ma fatica a riciclare. E a virare verso una transizione ecologica
Credit: Andrew Ling/Unsplash
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20 maggio 2022 Aggiornato alle 06:30

«L’economia circolare è un’opportunità per l’America», così esordisce nella plenaria d’apertura di Circularity22 Joel Makeowen, vulcanico fondatore di GreenBiz, colosso della comunicazione e degli eventi sulla sostenibilità statunitensi. È straripante la sala da 800 posti del Hotel Intercontinental di Atlanta. Tanti giovani, soprattutto donne, molti affiliati a grandi brand. Coca-Cola, Nike, Amazon, EY, Lego, Dell, Samsung, Jll, Walmart, Sodexo, e tanti altri. Un evento a 360 gradi, dalla sfida delle plastiche al fashion sostenibile, dal retail all’elettronica, dal diritto alla riparazione al mondo degli ESG per aziende circolari.

La sensazione, però, lasciandosi alle spalle due giorni di convegni brillanti e ben organizzati, è di profonda inquietudine. Gli Stati Uniti, il più grande consumatore al mondo, hanno un serio problema: sono estremamente indietro nell’economia circolare e in generale nella transizione ecologica.

Accanto all’entusiasmo delle grandi multinazionali e degli addetti ai lavori, nei coffee break emerge chiaramente il parossismo americano: i consumi continuano ad aumentare sempre più e i processi di riciclo, riuso, riparazione e riduzione rimangono una goccia nell’oceano. Le aziende stanno abbracciando percorsi di sostenibilità, ma spesso – per amissione di vari intervistati – sono progetti pilota, che interessano meno del’1% della produzione. Male anche sulla decarbonizzazione: gli Usa rimangono tra i Paesi con il più alto volume di emissioni pro-capite, nonostante i (pochi) sforzi del governo Biden e le emissioni nel 2021 sono tornate a crescere.

Un colosso lineare

Gli Stati Uniti sono uno dei maggiori produttori di rifiuti al mondo e, in quanto tale, la gestione dei rifiuti è una delle principali industrie del Paese. Un mercato da 208 miliardi di dollari dove però la metà degli affari è legata alle discariche, che ricevono più del 50% dei rifiuti. Il 24% dei 292 milioni di tonnellate viene avviato a riciclo, anche se una parte viene inviata all’estero per il processamento, molto spesso in Paesi dove la gestione dei rifiuti non è affatto regolamentata.

La legge vigente sui rifiuti si rifà al Resource Conservation and Recovery Act (RCRA) del 1976 e il sistema è decisamente obsoleto, con tante contee dove ancora si butta tutto insieme, vetro incluso. I regolamenti e gli standard variano di Stato in Stato, addirittura di contea in contea.

«Attualmente in USA ci sono circa 9.000 programmi di riciclo, tutti indipendenti», spiega Keefe Harrison, CEO di Recycling Partnership, una realtà imprenditoriale che lavora per uniformare processi e accelerare schemi di raccolta. «Un ostacolo per migliorare i risultati sulla raccolta differenziata e sul riciclo». Quasi inesistenti gli schemi EPR, gli schemi di responsabilità estesa del produttore, ovvero dei programmi che rendono un produttore responsabile dell’intero ciclo di vita dei prodotti che introduce sul mercato, dalla produzione e progettazione fino alla gestione e allo smaltimento.

Al momento si è a conoscenza di solo due schemi EPR a livello statale. Senza EPR è difficile ottenere risultati importanti come sta accadendo in Europa per vetro, carta, rifiuti elettronici, plastica, e via dicendo.

Prendiamo gli olii esausti. In Italia il CONOU, il consorzio degli oli usati raccoglie quasi il 100%. In USA ci sono solo aziende private che fanno la raccolta e la rigenerazione, spesso in maniera non professionale. Non mi ha sorpreso il cartello a un benzinaio Sunoco, scritto a mano, recitante “Ritiro olio lubrificante usato”.

Sui consumi poi ancora peggio: parlare di riduzione e riuso è assolutamente taboo in un mondo iper-corporativo come quello americano. Anche solo pensare di abbassare l’aria condizionata è una violazione della liberta di consumare americana. Un segnale positivo viene invece dalle campagne per il diritto alla riparazione, che hanno trovato un consenso bi-partisan, visti gli importanti impatti sul lavoro anche nelle aree rurali. Per Page Motes di Dell Tecnologies, intervenuta a Circularity22 «ci sono grandi opportunità economiche in questo ambito dell’economia circolare, e siamo solo all’inizio».

Il segnale più inquietante all’evento di Atlanta è la totale assenza del settore pubblico. Con l’eccezione di alcune realtà (come Phoenix), non si sono visti esperti dell’EPA, l’Agenzia per l’Ambiente USA o addetti alla gestione dei rifiuti pubblica.

Sulla gestione dei materiali critici il profilo rimane basso, anche se i vari settori ne hanno riconosciuto l’importanza e avviato schemi a livello di corporation. Per alcuni materiali (cobalto, terre rare, ma recentemente anche per il latte in polvere), la Casa Bianca ha chiamato in causa il Defense Production Act, una risoluzione dell’epoca della guerra fredda dove il Presidente ha potere di imporre decisioni d’imperio su alcune specifiche industrie per razionare i beni e bloccare l’export (con buona pace del dogma del mercato libero neoliberista). Una soluzione emergenziale che potrebbe essere evitata con un’applicazione a larga scala di modelli di economia circolare.

Una soluzione diplomatica

Come risolvere la questione americana? Mentre in queste settimane ci si lagna dell’ingerenza americana e del vassallaggio miliare, in Europa servirebbe invece costruire un’iniziativa diplomatica, commerciale e di comunicazione nei confronti degli USA per sostenere una transizione ecologica e circolare americana che è de facto ferma al palo. Un’iniziativa congiunta, di cooperazione, collaborativa.

Gli esempi più stimolanti ad Atlanta sono arrivati soprattutto da esperti e aziende europee, che hanno fatto emergere il gap che perdura tra le due sponde dell’oceano. Per le ambasciate dunque è importante, anche a scopo commerciale e strategico, creare un’iniziativa congiunta europea di esportazione dei modelli di economia circolare.

C’è grande attenzione per la compliance dei regolamenti EU nel mondo industriale americano, innegabile e inevitabile. Serve un’azione però di sostegno a policy pubbliche, di grande visione, che possa sostenere l’industria europea nel mercato USA.

Servirebbe un nuovo atlantismo non basato sulla collaborazione militare attraverso la Nato, ma su un quadro internazionale di partenariato circular e green, che metta insieme pubblico e privato, fungendo da base di cooperazione per iniziative comuni, dalla riduzione dell’estrazione di materie prime a nuovi modelli d’impresa circolari.

I tempi sono maturi. Attendiamo che si risolva la questione russa. Dopo di che la diplomazia e il mondo del commercio internazionale si metta in moto, creando un nuovo WTO centrato su una visione dell’economia circolare.

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