Economia

Torniamo a parlare di capitalismo

Dalla banca del tempo all’app tra i vicini di casa: ecco come “sottrarsi” alle dure leggi dell’accumulo. E creare meccanismi economici (ed ecologici) virtuosi
Credit: Blake Wheeler/Unsplash
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18 maggio 2022 Aggiornato alle 06:30

Parlare serenamente di capitalismo non ci piace. Preferiamo schierarci, anziché confrontarci (come del resto su ogni argomento, nel nostro paese). Pro o contro. Da una parte o dall’altra. Ma la realtà non è così semplice. Al contrario, è intrisa di complessità.

Prendiamo uno dei pilastri del capitalismo: il principio dell’accumulazione. È quello che ci spiega questa nostra profonda ossessione nei confronti del Prodotto Interno Lordo. Il PIL misura il valore monetario della ricchezza prodotta all’interno di un Paese. Ora la domanda sarebbe: ma perché controlliamo compulsivamente se il PIL del nostro Paese sta crescendo oppure no? O in altri termini: se i beni e i servizi che abbiamo prodotto lo scorso anno in Italia erano sufficienti per tutte le persone (sia nel Paese che altrove) che li desideravano e che avevano la capacità di acquisto per comprarli, perché quest’anno ne dovremmo produrre di più?

Ce lo spiega, appunto, il principio di accumulazione, che prevede una crescita costante (diremmo noialtri, in alto a destra) del valore della produzione nazionale. Ma nulla cresce infinitamente. In natura, le piante sanno dove fermarsi. Anche noi esseri umani non cresciamo indefinitamente. Quindi, la crescita ininterrotta è un processo innaturale.

Contrastare il capitalismo si può?

Ribaltiamo il tavolo del capitalismo, allora. Ma come? Immaginare di uscire dal meccanismo di mercato tout court è irrealistico. Ma da qualche parte si può iniziare. Conoscete la banca del tempo? Si tratta di un sistema di scambio reciproco (potremmo dire, di baratto) in cui le persone si offrono reciprocamente le proprie abilità e conoscenze per affrontare le piccole necessità quotidiane: aiutare con le ripetizioni di matematica, riparare un rubinetto, ridipingere le pareti.

Non è necessaria nessuna qualifica: semplicemente, ci si scambia ciò che si sa fare e che si fa volentieri. Anche nella banca del tempo, però, si usa una forma di moneta: sono le ore che ciascuna persona mette a disposizione per supportare le altre. Nell’ambito di questo meccanismo, siamo tutti uguali: diversamente da quanto accade sul mercato del lavoro, un’ora di un’ingegnera vale quanto un’ora di un imbianchino. E già questo contraddice le logiche di mercato.

Nuovi scenari nel new normal

Com’è prevedibile, il Covid-19 e le restrizioni che ne sono derivate hanno rallentato queste opportunità di scambio che si realizzavano al di fuori del mercato (così come hanno rallentato anche quelle che si realizzavano al suo interno). Ne siamo usciti migliori? Non ne sono così sicura. Come spesso avviene, ne siamo usciti cambiati.

Nel ritorno al new normal, alcuni nuovi scenari vengono delineati anche dall’app Nextdoor, che ha condiviso di recente le preferenze degli italiani rispetto alle attività di vicinato più frequentemente praticate. Il meccanismo alla base di queste attività, che poi è il medesimo che rinveniamo anche nelle banche del tempo, è la solidarietà (che in termini capitalistici, definiremmo forse come un fallimento del mercato).

Ed è quindi interessante osservare come le relazioni di vicinato, che una volta erano alla base del sistema di scambio sia di merci che di servizi anche al di fuori del mercato, tornino ad assumere un proprio ruolo anche se attraverso l’utilizzo di un’app. Cosa scambiamo con i nostri vicini? Informazioni sui professionisti migliori (medici, elettricisti, colf), sugli eventi nel quartiere, sui ristoranti preferiti, ma anche offerte di lavoro. Con un dato innovativo e incoraggiante: tra vicini ci si scambiano anche vestiti o mobili che non si usano più e a cui si vuole dare una nuova opportunità. Adottando così strategie di riciclo virtuose per la collettività. E, in qualche modo, sovvertendo i principi basilari del capitalismo, che ci vogliono consumatori a tutti i costi.