Culture

“Chiamami così”: l’inno alla diversità di Vera Gheno

Tuttə noi siamo diversə e le nostre differenze ci arricchiscono, anche grazie alle parole. Come spiega bene la sociolinguista nel suo nuovo libro
Intervento "Dalla Parole Ostili alle Parole O_stili " di Vera Gheno al TEDxYouth@Bologna
Intervento "Dalla Parole Ostili alle Parole O_stili " di Vera Gheno al TEDxYouth@Bologna Credit: Canale Youtube TEDx Talks
Tempo di lettura 4 min lettura
12 maggio 2022 Aggiornato alle 15:00

Secondo Vera Gheno (sociolinguista, traduttrice e divulgatrice) la realtà è mutevole, da sempre in continuo cambiamento. E così, per stare al passo, è necessario che anche le parole cambino e si adeguino alla diversità che contraddistingue il nostro mondo. Nel suo nuovo libro Chiamami così. Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo (pubblicato da Il Margine, marchio editoriale di Edizioni Centro Studi Erickson) Gheno cerca di fare il punto al riguardo.

Non è vero che siamo tuttə uguali: quindi, perché generalizzare il linguaggio? Identità di genere, sesso biologico, orientamento sessuale, disabilità ma anche età, peso e soldi: questi sono tutti elementi che rendono le persone diverse, ma non in senso dispregiativo. La diversità è ricchezza e deve essere nominata con le giuste parole: solo in questo modo siamo in grado di renderla reale, concreta e raccontabile.

Nel suo libro la sociolinguista non vuole solo far riflettere ə lettorə sul potere delle parole, ma anche sul concetto di inclusività che, erroneamente, si pensa sia il punto di arrivo di tutta la questione. In realtà, è il punto di partenza.

L’atto di includere prevede che una persona accolga un’altra all’interno della sua cerchia di “normalità”, andando così a differenziare chi include da chi invece è inclusə. Non è meglio, si chiede Gheno, parlare di convivenza delle (e non con) differenze? Perché tuttə, per un motivo o per un altro, siamo diversə tra noi e questo è un vantaggio, una risorsa, non un problema. Ma solo adoperando i giusti termini si può celebrare questo valore, stando al passo con il mondo mutevole e rendendolo allo stesso tempo più ricco ed equo.

Come spiega anche Fabrizio Acanfora nella sua presentazione di Chiamami così, la diversità non deve essere sinonimo di “comparazione” ma di “varietà”, di una ricchezza che passa anche per il linguaggio. Le parole, se non utilizzate con sensibilità, sono capaci di etichettare le cose e le persone, di escluderle e stigmatizzarle. Ma, allo stesso tempo, hanno anche il potere di rappresentare e includere “l’altro”. Dipende tutto da quanto le persone sono disposte a mettere in discussione il proprio punto di vista.

C’è chi ribatte “Ho sempre detto così” a mo’ di giustificazione. Secondo l’autrice, questo atteggiamento è lo specchio della società: viviamo in una società androcentrica e, di conseguenza, anche il nostro linguaggio è androcentrico. C’è poi chi riconosce la diversità e decide di traslarla nelle parole, a volte commettendo errori ma anche imparando da questi.

Quindi tutto ciò basta? Alle parole devono seguire le azioni e un cambiamento culturale: «Per dare voce alla diversità, il primo passo è garantirle spazi di parola», scrive Gheno. Per la sociolinguista, rapportarsi alle differenze vuol dire anche dar voce a chi può raccontare la diversità; a tuttə coloro che, lontanə dal privilegio di essere un uomo bianco cisgender eterosessuale non disabile, possono spiegare come sentirsi rappresentatə con le parole.

Chiamami così è un inno alla diversità, alla solidarietà, alle parole e alla bellezza del cambiamento continuo; alla capacità di ognunə di mettersi in discussione e di empatizzare con l’altrə. Non perché è diversə da qualcunə, ma perché siamo tuttə diversə tra noi. E la diversità arricchisce.

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