Ambiente

Più riciclo e meno miniere per l’elettronica

Secondo la Royal Society of Chemistry non possiamo continuare a estrarre metalli e terre rare. Dovremmo, invece, recuperarli dai nostri dispositivi in disuso e dai rifiuti
Credit: Robin Glauser/Unsplash
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9 maggio 2022 Aggiornato alle 17:00

Anche se ogni giorno è sempre al nostro fianco, c’è un oggetto che nasconde un fatto che non si può più ignorare: ciò di cui è composto sta per esaurirsi.

In media gli smartphone contengono circa 30 elementi differenti, buona parte di questi sono metalli o terre rare che non possiamo però più estrarre all’infinito, per lo meno da suolo e miniere. Possiamo e dovremmo invece, ci ricorda un nuovo appello della Royal Society of Chemistry (RSC), recuperare quegli elementi da tutti gli oggetti elettronici e tecnologici che scartiamo.

Questi ultimi sono ormai una montagna di rifiuti: solo nel 2021, gli apparecchi elettronici dismessi, erano pari a 57 tonnellate. Come sappiamo però litio, nichel, cobalto, rame e tanti altri, i materiali che compongono dai nostri telefonini sino ai sistemi delle vetture elettriche, vengono estratti a un ritmo che secondo gli scienziati è ormai insostenibile e sta diventando sempre più complesso tra un Pianeta più fragile e oggi minacciato anche da conflitti che influiscono sull’approvvigionamento di questi elementi.

Anche per questo motivo la Royal Society of Chemistry sta portando avanti una campagna per sottolineare come sia ormai fondamentale impegnarsi globalmente nell’estrazione di elementi preziosi dai dispositivi dismessi.

«Le nostre abitudini di consumo di tecnologia rimangono altamente insostenibili e ci hanno messo nella condizione di rischio di esaurire gli elementi di cui abbiamo bisogno. Oltretutto queste abitudini continuano a esacerbare i danni ambientali», ha spiegato il professor Tom Welton, presidente della Royal Society of Chemistry.

Fra quelli che la RSC indica come elementi per esempio necessari per gli smartphone e di cui non è assicurata affatto la presenza futura ci sono il gallio, usato anche in campo medico per i termometri oppure per pannelli solari, l’arsenico, l’argento, o ancora l’indio necessario per transistor e microchip, l’ittrio delle fotocamere, il tantalio destinato a impianti chirurgici e tanti altri.

Tutti elementi presenti nella quantità di rifiuti elettronici che ogni anno crescono di circa due milioni di tonnellate in più e di cui però meno del 20% viene recuperato e riciclato. Secondo Welton, abbiamo dunque «bisogno che i governi rivedano le infrastrutture per riciclare e le aziende tecnologiche investano in una produzione più sostenibile».

Se le aziende si impegnassero in questa direzione, secondo l’RSC troverebbero consumatori pronti a sostenerle.

In un sondaggio promosso dall’RSC infatti su circa 10.000 consumatori in dieci Paesi, il 60% delle persone si è detto propenso a passare ad altri marchi (anche rivali rispetto a quelli preferiti) se sapesse che il prodotto è realizzato in maniera più sostenibile.

Inoltre, lo stesso sondaggio sottolinea come oggi pochi consumatori conoscano come gestire i propri rifiuti elettronici in modo da avviarli correttamente al riciclo. In sostanza, stiamo accumulando inconsapevolmente nelle nostre case milioni di apparecchi contenenti un “tesoro” che potrebbe essere utile al Pianeta, ma che senza una efficace economia circolare che ci permetta con facilità di riciclare restano soltanto rifiuti inutili.

«Quello che diciamo - concludono dalla RSC - è che è necessario sempre ridurre, riutilizzare e riciclare. Bisogna tenere un po’ più a lungo il proprio telefono anziché cambiarlo spesso o magari rivenderlo o regalarlo a un parente. Dobbiamo tutti lavorare insieme per aumentare questi processi di economia circolare in modo che tutti possiamo sempre riciclare i nostri dispositivi».

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