Ambiente

Una bistecca in meno per un respiro in più del Pianeta

Una ricerca dell’Università di Bonn sostiene la necessità di un cambio di dieta soprattutto nei Paesi più ricchi: dovremmo abolire il 75% della carne consumata
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26 aprile 2022 Aggiornato alle 15:00

Da tempo gli scienziati ci avvertono che per ridurre le emissioni climalteranti, ma anche per inquinare meno oppure per evitare la perdita di biodiversità, dobbiamo mangiare meno carne, soprattutto quella rossa. Già, ma quanta in meno?

Una nuova ricerca sviluppata dal Center for Development Research (ZEF) dell’Università di Bonn sostiene che dovremmo rinunciare a quasi il 75% della carne che mangiamo. In media un cittadino europeo consuma ogni anno 80 chilogrammi di carne. Ogni bistecca, salsiccia, costina o hamburger che gustiamo ha però un prezzo che non paghiamo al bancone ma incide direttamente su clima e ambiente.

Dai ruminanti degli allevamenti intensivi che producono metano e accelerano il surriscaldamento sino alla perdita di suoli, dato che utilizziamo sempre più terreni per gli allevamenti a discapito degli ecosistemi e gli spazi naturali necessari per la diversità delle specie, i danni dell’industria della carne sono elevati. Oltre a quelli ambientali, un eccessivo consumo di carne può inoltre anche danneggiare la nostra salute.

«Se tutti gli esseri umani consumassero la stessa quantità di carne degli europei o dei nordamericani, mancheremmo sicuramente gli obiettivi climatici internazionali e molti ecosistemi crollerebbero» racconta l’autore dello studio, il professor Matin Qaim dell’Università di Bonn. «Dobbiamo quindi ridurre significativamente il nostro consumo di carne, idealmente a 20 chilogrammi o meno all’anno. La guerra in Ucraina e la conseguente carenza sui mercati internazionali dei cereali sottolineano anche che agli animali dovrebbe essere somministrato meno grano per sostenere la sicurezza alimentare» aggiunge ricordando che al momento circa la metà di tutti i cereali prodotti nel mondo viene utilizzata come mangime per animali.

Ma allora, dovremmo diventare tutti vegetariani? No, è la risposta dei ricercatori, dovremmo però ridurre in maniera netta i consumi di carne, ma anche dal punto di vista ambientale non dobbiamo per forza dire addio agli allevamenti, ma piuttosto immaginare pascoli con un numero limitato di animali e delle produzioni biologiche o a chilometro zero.

Soprattutto in alcune regioni del mondo mancano fonti vegetali di proteine o micronutrienti di alta qualità e dunque il consumo di carne è ancora importante. Anche ortaggi e legumi non possono essere coltivati ovunque o essere sempre a disposizione, tant’è che in questi casi «gli animali sono spesso un elemento chiave di una dieta sana» spiegano gli esperti. Oltretutto anche eliminare per esempio i proventi legati a carne, oppure uova e latte, minaccerebbe il sostentamento e le fonti di reddito di molte persone al mondo che tra l’altro vivono spesso in Paesi dove la carne è solitamente molto meno frequente nelle diete rispetto quelli più industrializzati.

Dunque, ricordano gli autori, dovrebbero essere soprattutto i Paesi più ricchi a ridurre il consumo di carne e, sostengono, se fosse necessario in queste nazioni andrebbero tassati maggiormente i prodotti a base di carne.

«La carne ha un costo ambientale elevato che non si riflette nei prezzi attuali. Sarebbe del tutto ragionevole ed equo che i consumatori condividano maggiormente questi costi» scrivono, così come suggeriscono che i temi sui consumi sostenibili debbano rientrare sempre di più nella formazione degli insegnanti e le discipline illustrate agli studenti già a scuola. Questo nuovo studio, pubblicato sulla rivista Annual Review of Resource Economics, chiosa infatti con una raccomandazione: quella che nei programmi scolastici si parli sempre di più degli impatti della carne in modo tale da fornire la giusta consapevolezza alle generazioni future, rendendole partecipi di un possibile e necessario cambiamento basato su consumi inferiori.

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