Diritti

E adesso liberiamo le donne

Secondo il rapporto BES dell’Istat, in Italia aumenta la childhood penalty: le donne che hanno unə figliə sotto i 6 anni lavorano meno. Perché quando arriva unə bambinə, lei diventa madre. Lui continua la vita di prima
Credit: Bethany Beck
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26 aprile 2022 Aggiornato alle 06:30

Nel dibattito economico, da anni si è alla ricerca di un indicatore che sia in grado di integrare, quando non di sostituire, il Prodotto Interno Lordo (anche noto come PIL), che da sempre ossessiona le nostre analisi e che però rischia di non cogliere l’effettivo benessere della popolazione.

Dal 2010, l’Istat ha lanciato il Progetto BES (Benessere Equo e Solidale), con l’obiettivo dichiarato di misurare il grado di progresso del Paese sotto il profilo non solo economico, ma anche sociale e ambientale. E proprio pochi giorni fa, ha presentato il “Rapporto Bes 2021: il benessere equo e sostenibile in Italia”.

La Childhood penalty in azione

Accanto a numerosi spunti di grande interesse, i dati pubblicati mostrano all’opera un meccanismo ormai tristemente noto: la childhood penalty. Di cosa si tratta? In letteratura, quando affrontiamo la tematica delle disuguaglianze di genere sul mercato del lavoro, osserviamo con sempre maggiore frequenza una tendenza: a determinare la discriminazione delle donne non è solo il loro essere, per l’appunto, donne (ciò che misuriamo con il gender Pay gap, a esempio). Ma è il loro essere madri.

Nel nostro Paese, questo meccanismo è molto chiaro e consolidato. Il Rapporto Istat, a esempio, rileva che nel 2021, tra le donne di età compresa tra i 25 e i 49 anni, il tasso di occupazione è più alto se non si hanno figliə, sfiorando il 74% del totale. Mentre per le donne della stessa età che hanno almeno unə figliə di età inferiore ai 6 anni, il tasso di occupazione precipita al 54%. Ed è una tendenza che non accenna a sparire. Anzi, negli ultimi anni si è rinforzata.

Il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figliə e delle donne senza figliə peggiora senza interruzione dal 2015, evidenziando un dato preoccupante: qualunque miglioramento si manifesti nel nostro Paese per le donne sul mercato del lavoro, le madri vengono comunque lasciate indietro.

Se poi vivono al Sud, peggio. Nel Mezzogiorno, tra le donne che hanno figliǝ piccolǝ, il tasso di occupazione precipita al 35,3%.

L’elefante nella stanza? Il lavoro di cura

Come sempre, l’enorme elefante nella stanza è il lavoro di cura non retribuito. Ovvero: nasce lǝ bambinǝ, chi se ne prende cura? Quasi unicamente la mamma. Stando sempre al Rapporto Istat, nelle coppie di età compresa tra i 25 e i 44 anni, anche quando sono entrambi i partner a lavorare, l’uomo si fa carico solo del 37,4% del lavoro domestico e di cura. E al Sud? Ancor meno: gli uomini si fanno carico del 30,1% di queste attività.

Nascono ǝ figliǝ, le donne diventano (prevalentemente) madri, gli uomini (molti uomini, non fatemi entrare nel circuito di Not all men, per favore) proseguono serenamente la loro vita quasi come prima. Non sarà un caso se, a distanza di due anni dalla nascita deə figliə, una donna su cinque decide di lasciare il lavoro.

Non siete ancora convintǝ? Nel 2020, il numero delle richieste di dimissioni delle donne è stato tre volte maggiore rispetto a quello delle richieste presentate dagli uomini.

Ancora qualche dato? In Italia, il part-time involontario delle donne ha ormai raggiunto il 61,2%. In Europa, in media si ferma al 21,6%. Parliamo di NEET? Tra le giovani italiane che non lavorano e non studiano (la cui percentuale è aumentata dal 27,9 al 29,3% in un solo anno), il 25,5% sono madri. I padri? Rappresentano solo il 2,4% del totale.

Non è solo un problema delle donne

Tutto questo comporta ovvie conseguenze sulle vite individuali delle persone, ma si traduce anche in una perdita di efficienza economica del nostro Paese nel suo complesso. Un Paese che non crea le condizioni perché parte del suo capitale umano (una componente che potrebbe essere fondamentale: secondo l’ultimo Rapporto di Almalaurea, le ragazze italiane si laureano prima e con voti più alti rispetto ai colleghi) sia in grado di produrre ricchezza per sé e, attraverso il prelievo fiscale, per la collettività tutta.

Del resto, nel Bilancio di Genere, presentato dalla Sottosegretaria al MEF Maria Cecilia Guerra e curato dal Dipartimento della Ragioneria dello Stato, i dati parlano chiaro: il tasso di occupazione femminile delle donne italiane si ferma al 49%, lontano dal 62,7% della media europea (e con il 18,2% di distanza dal tasso di occupazione degli uomini italiani).

E non è solo un tema di occupazione: ai vertici degli organi decisionali (Corte costituzionale, CSM, Consob, Ambasciate, per non parlare delle Authority varie), le donne sono solo il 20% del totale. Con un progresso lentissimo: il 7% in più in 9 anni.

Come risolviamo?

Come si può avviare una controtendenza, vi starete chiedendo? Partendo dall’attribuzione dei fondi pubblici, a esempio, con l’obiettivo di contrastare la discriminazione che le donne italiane sperimentano quotidianamente sul mercato del lavoro e anche nelle mura domestiche. Nel Bilancio di Genere si presenta una stima. Si tratta della quota delle spese del Bilancio dello Stato che può essere classificata come direttamente rivolta alla riduzione delle disuguaglianze di genere. Siamo allo 0,56% delle spese complessive.

Ieri abbiamo festeggiato la Festa della Liberazione. È arrivato il momento di liberare le donne.

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