Ambiente

India: 30 centrali a carbone sono responsabili di un quarto della mortalità prematura annua

Lo sottolinea una ricerca della Stanford University. In India, terzo Stato al mondo per inquinamento dell’aria, oggi gran parte delle centrali elettriche è alimentata con il combustibile fossile
Credit: Pradeep Gaur/SOPA Images via ZUMA Press Wire  

Tempo di lettura 4 min lettura
20 maggio 2024 Aggiornato alle 10:00

Ridurre le emissioni di alcune centrali elettriche in India potrebbe contribuire a diminuire drasticamente la mortalità. La scoperta viene da uno studio della Stanford University, dove viene sottolineato come l’inquinamento dell’aria derivante dalla produzione a carbone dell’energia elettrica sia una causa importante della mortalità precoce in India.

Il Paese è caratterizzato da un alto inquinamento dell’aria. Nel 2023, la concentrazione di polveri sottili risultava di dieci volte superiore alla qualità dell’aria tollerabile indicata dall’Oms. L’India è al terzo posto nel mondo per qualità dell’aria, dietro a Bangladesh e Pakistan.

Lo studio è stato svolto concentrandosi su determinate centrali elettriche presenti nel Paese, per quantificare la loro portata inquinante e capire quanto potessero incidere sul dato della mortalità. Gli scienziati della Stanford University hanno individuato una trentina di centrali elettriche indiane, che a causa delle emissioni sarebbero responsabili di un quarto della mortalità nel Paese. Dalla ricerca emerge infatti che gli impianti produttori di solo il 3,5% dell’energia elettrica risulterebbe responsabile del 25% della mortalità prematura annua. Non sembra esserci una correlazione diretta tra la modernità della centrale elettrica e i danni alla salute.

Più del 70% dell’energia elettrica in India è prodotta in centrali alimentate a carbone. Uno dei problemi principali è che meno del 5% delle centrali elettriche indiane è dotato di sistemi moderni per ripulire l’aria da sostanze inquinanti. Un altro dato confermato da uno studio pubblicato su Springer Link, in cui anche qui viene registrato che meno del 5% degli impianti è dotato di tecnologie in grado di rimuovere anidride solforosa e ossido d’azoto. Utilizzando all’interno delle centrali sistemi di desolforazione e di riduzione catalitica selettiva, la mortalità prematura annuale potrebbe ridursi del 17%. Un dato che potrebbe giustificare gli alti costi necessari per installare questi sistemi: il problema economico è spesso usato come scriminante verso una produzione più sostenibile.

I risultati della ricerca della Stanford University, pubblicati su Environmental Research, suggeriscono l’importanza di considerare normative che possano ridurre i rischi per la salute derivanti dalla produzione di energia elettrica in India.

L’intensità della mortalità indicata dallo studio potrebbe inoltre suggerire ulteriori ricerche su quanto la salute della popolazione indiana possa essere influenzata dall’uso di energie rinnovabili. Come sottolinea l’autore dello studio Kirat Singh a The Guardian: «Il dato della mortalità potrebbe essere largamente ridotto dando la priorità a ridurre le emissioni di determinati impianti elettrici, attraverso tecnologie in grado di controllare l’inquinamento o normative che tendano alle emissioni zero».

Un anno fa, come riporta Reuters, l’India si era posta l’obiettivo di fermare la costruzione di nuove centrali elettriche a carbone, a esclusione di quelle già in cantiere.

Il progetto deve ancora essere approvato dal governo di Narendra Modi ma secondo alcuni analisti le restrizioni all’uso del carbone potrebbero mettere in seria difficoltà economica alcuni Stati del Paese, largamente dipendenti dal carbone per la produzione di energia elettrica. Per esempio, gli stati del Maharashtra, Tamil Nadu, e Uttar Pradesh compongono il 30% del Pil indiano e tutti e tre sono dipendenti dalla produzione di energia elettrica a carbone: nel 2022 il 75% dell’elettricità in questi Stati è stata prodotta attraverso centrali a carbone.

Leggi anche
Transizione energetica
di Giacomo Talignani 4 min lettura
Acqua
di Francesco Carrubba 3 min lettura