Ambiente

La Russia inquina troppo e gli attivisti le fanno causa

La Corte Costituzionale del Paese sta valutando la denuncia avanzata da 18 persone e dalla Ong Ecodefense secondo cui il mancato impegno dello Stato a ridurre le emissioni nazionali di gas serra sta violando i diritti alla vita, alla salute e a un ambiente sano
Credit: Patrick Pleul/dpa  

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17 maggio 2024 Aggiornato alle 16:00

La strategia energetica della Russia, considerata la più grande fonte mondiale di metano, si concentra quasi esclusivamente sull’estrazione, il consumo e l’esportazione di combustibili fossili.

Ora però un gruppo di attivisti sta facendo causa a Mosca: la “vertenza” ruota attorno alle caratteristiche delle politiche climatiche del Cremlino e in particolare alle eccessive emissioni di metano che provoca.

Si tratta di una vera e propria lotta in nome del diritto di esaminare in tribunale le linee di indirizzo ambientale del Paese, considerate “deboli”, infondate e inefficaci, se non direttamente dannose e nocive.

Adesso la Corte costituzionale russa sta valutando la richiesta, anzi la “denuncia”, avanzata da 18 persone, dalla Ong Ecodefense sotto la guida del co-presidente Vladimir Slivyak e da comunità indigene come la Fondazione per il Patrimonio e lo Sviluppo Sámi.

Infatti la tesi dei promotori è che l’azione insufficiente da parte dello Stato, specialmente in ottica della plausibile riduzione delle emissioni nazionali di gas serra, violi i loro diritti alla vita, alla salute e a un ambiente sano.

Gli attivisti si augurano dunque che la loro iniziativa possa stimolare un riallineamento con le indicazioni dell’Accordo di Parigi o perlomeno aumentare la consapevolezza generale sull’inquinamento.

In un contesto come quello controllato da Mosca non è semplice portare avanti tali istanze. Basti pensare che Mosca Helsinki, un’altra organizzazione che aveva in programma di prendere parte alla causa, è stata chiusa l’anno scorso da un tribunale russo. E non era una realtà qualsiasi: costituiva il più antico gruppo per i diritti umani del Paese.

Non solo. In precedenza gli attuali ricorrenti avevano chiesto di esaminare la politica climatica nazionale alla Corte Suprema russa, ma questa si è rifiutata di prendere in carico il caso.

Gli attivisti hanno presentato quindi una nuova richiesta alla Corte costituzionale, la quale - in quanto responsabile del rispetto della Carta del Paese - ha deciso su alcune questioni ambientali in passato, a partire dal giudizio sulla responsabilità dello Stato per il disastro nucleare di Chernobyl, ma non si è ancora occupata del collasso climatico.

Tra i coordinatori dell’iniziativa legale c’è il giovane Arshak Makichyan, attivista russo-armeno per il clima e contro la guerra, organizzatore di Fridays for Future Russia: privato della cittadinanza dalle autorità del Paese, attualmente si trova a Berlino. Qualche tempo fa tra l’altro era stato incarcerato per volere di Mosca dopo aver preso parte alle proteste per l’ambiente.

Nel frattempo il Cremlino - oltre a essere vicino all’Azerbaigian, il Paese che ospiterà la Cop29 e che in vista della Conferenza globale dell’Onu sul clima ha difeso i produttori di petrolio e gas - ha fissato l’obiettivo di raggiungere lo zero netto sul piano delle emissioni entro il 2060, ma in realtà ha fatto poco per raggiungerlo, al punto che il Climate Action Tracker (Cat) ha definito i suoi sforzi “criticamente insufficienti”.

“Inoltre, non sembra affrontare l’impatto degli enormi incendi nelle sue foreste siberiane negli ultimi anni”, ha aggiunto il Cat.

Il governo russo non ha risposto a una richiesta di commento da parte di The Guardian su tutte queste argomentazioni.

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