Diritti

Kazakistan: ex ministro condannato a 24 anni per femminicidio

Kuandyk Bishimbayev è stato ritenuto colpevole dalla Corte Suprema di aver torturato e ucciso sua moglie Saltanat Nukenova nel 2023. Secondo le Nazioni Unite, nel Paese circa 400 donne muoiono ogni anno per violenza domestica
Chiara Manetti
Chiara Manetti giornalista
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16 maggio 2024 Aggiornato alle 16:00

Kuandyk Bishimbayev, ex ministro dell’Economia in Kazakistan, è stato condannato a 24 anni di carcere da scontare in una struttura di massima sicurezza per aver torturato e ucciso la moglie Saltanat Nukenova il 9 novembre 2023, quando aveva 31 anni. La decisione della Corte Suprema risale al 13 maggio ed è arrivata al termine di un processo che ha puntato i riflettori sul tema della violenza di genere in Kazakistan, Paese dell’Asia centrale: nel 2023 l’ufficio del procuratore generale kazaco ha stimato che circa 80 donne muoiono ogni anno a causa della violenza domestica nel Paese, mentre 150 subiscono lesioni personali gravi e più di 4.000 subiscono lesioni personali lievi. Secondo uno studio del 2018 sostenuto da Un Women, tuttavia, circa 400 donne muoiono ogni anno a causa della violenza di genere in Kazakistan, ma solo il 40% dei casi arriva in tribunale.

A dimostrare la colpevolezza di Bishimbayev, 44 anni, sono state prove audio, video, testimonianze e rapporti forensi, ma soprattutto i filmati di sorveglianza di uno dei ristoranti di sua proprietà ad Astana, la capitale del Kazakistan, mostrati al processo. Nel video, definito “inquietante” da Associated Press, si vedeva l’uomo picchiare ripetutamente Nukenova dopo un litigio, prendendola a calci e pugni, e poi trascinarla per i capelli in un’altra stanza, senza telecamere. Secondo la ricostruzione, lei avrebbe tentato di nascondersi in bagno, lui avrebbe sfondato la porta e l’avrebbe picchiata ancora. La donna sarebbe morta per un trauma cerebrale, ore dopo il pestaggio, ma un esame forense ha individuato anche prove di strangolamento. Bishimbaev ha ammesso di aver picchiato la moglie, ma ha negato l’accusa di omicidio.

Ora, spiega Human Rights Watch, ha 15 giorni di tempo per appellarsi contro il verdetto a partire dal giorno della decisione e non dovrebbe avere diritto alla libertà condizionale fino al 2040. L’uomo, ministro dell’Economia sotto l’ex leader Nursultan Nazarbayev, che ha governato il Kazakistan per trent’anni fino al 2022, è stato arrestato nel 2017 con l’accusa di corruzione, incarcerato nel 2018 e condannato a 10 anni, ma è tornato libero meno di un anno dopo perché graziato dal presidente. Alcuni, nel Paese, temono che, anche se giudicato colpevole per l’omicidio di sua moglie, Bishimbayev possa in qualche modo sfuggire anche stavolta alla giustizia. Un suo parente, Bakhytzhan Baizhanov, è stato condannato a 4 anni di prigione per averlo aiutato a coprire l’omicidio.

Durante il processo, che è stato il primo a essere trasmesso in streaming online in Kazakistan, la difesa ha cercato di screditare Nukenova, descrivendola come incline alla gelosia e alla violenza, così come hanno fatto alcuni media dopo l’arresto di Bishimbayev: su Telegram circolavano notizie secondo cui la donna era sotto farmaci ed era mentalmente instabile. La famiglia di Nukenova, e in particolare suo fratello Aitbek Amangeldy, hanno smentito queste affermazioni. “Questa colpevolizzazione delle vittime è scandalosa, ma purtroppo non insolita in Kazakistan”, ha scritto la ricercatrice di Human Rights Watch Viktoria Kim. “L’orribile omicidio di Nukenova e lo spettacolo del processo di Bishimbayev dovrebbero spingere le autorità a introdurre misure per evitare che le indagini e i procedimenti giudiziari sui casi di violenza domestica diventino spazi di colpevolizzazione e rivittimizzazione delle vittime”.

Le milioni di persone che hanno seguito il processo in diretta hanno scatenato anche un dibattito sui social media riguardo al tema dei femminicidi e della violenza di genere e domestica nel Paese. Amangeldy ha testimoniato che fin dall’inizio della loro relazione Bishimbayev era stato violento nei confronti di sua sorella. Nukenova, nel 2023, aveva inviato al fratello delle fotografie dei propri lividi, apparentemente provocati da Bishimbayev, dicendo di avere paura di tenerle sul proprio telefono.

Alcuni giorni dopo la morte della donna, i suoi parenti hanno lanciato una petizione online chiedendo alle autorità di approvare la Legge Saltanat, dal nome di Nukenova, per rafforzare la protezione delle persone a rischio di violenza domestica. In poche ore ha raccolto più di 150.000 firme. All’inizio del processo, riporta il Washington Post, più di 5.000 kazaki hanno scritto ai senatori per sollecitare leggi più severe sugli abusi. Il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha più volte parlato di rafforzare la tutela delle donne e a gennaio era intervenuto a sostegno della petizione della famiglia Nukenova.

Nel 2017 il Kazakistan ha depenalizzato la violenza domestica, rendendo punibili solo con multe o brevi pene detentive le percosse e altri atti che causano danni fisici “minori”. 7 anni dopo, ad aprile, è stata promulgata la “Legge Saltanat” sui diritti delle donne e sulla sicurezza dei minori che criminalizza la violenza domestica, impone sanzioni più severe per la violenza contro i bambini e introduce misure preventive contro la violenza domestica. Entrerà in vigore il 15 giugno. “La sua effettiva applicazione - scrive Human Rights Watch - è fondamentale per garantire che altre donne in Kazakistan non subiscano lo stesso destino” di Nukenova.

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