Storie

“Appartenere”: Roberto Saviano porta sul palcoscenico i sentimenti e il sesso delle organizzazioni criminali

Lo scrittore e giornalista ha raccontato a La Svolta le origini del suo nuovo spettacolo e di come si sia innamorato del teatro: «Ho iniziato a considerarlo un luogo sacro in cui si celebra un rito. Sempre uguale ma sempre diverso»
Tempo di lettura 7 min lettura
16 maggio 2024 Aggiornato alle 13:00

Il teatro ha una potenza comunicativa che, spesso, altri mezzi non hanno; ne è consapevole anche lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, tanto che ha deciso di tornare sul palcoscenico, senza salire mai in cattedra ma con lo spirito di chi vuole raccontare “storie” (tratte dalla realtà).

E tutto ciò crea partecipazione: quando si è in platea, infatti, e si ascoltano le sue parole, è possibile guardarsi intorno e cogliere ogni reazione del pubblico che ci circonda (di ogni età, spesso tanti giovani), che segue con attenzione, si commuove per alcuni racconti, così come si indigna per altri (anche magari per eventi prima sconosciuti e sui cui ora si interroga sul “perché?”).

“Due regine del narcotraffico sincontrano in unasfittica prigione cilena, fra loro scoppia un amore. Uno spietato boss della camorra vaga per il mondo in cerca della giovane ragazza che gli ha spezzato il cuore. Matteo Messina Denaro spende gli ultimi scampoli della sua latitanza barcamenandosi fra i ricordi e fra i letti delle sue tante amanti. Un feroce killer della ndrangheta fa coming out e va a convivere con il suo compagno, scatenando le ire del clan - si legge nella scheda di presentazione dello spettacolo teatrale Appartenere, la vita intima del potere criminale - Cos’è il sesso per le organizzazioni mafiose? Opportunità di controllo, sopraffazione, strumento per creare nuove alleanze o per distruggerne di vecchie, stigma o vanto, esaltazione o vergogna? Con questo nuovo accecante caleidoscopio di storie, facce, racconti inconfessati, Roberto Saviano disegna un quadro preciso, spesso romantico, talvolta atroce, della criminalità organizzata alle prese con la questione più spinosa e delicata che le si possa presentare: quella del sentimento e del sesso”.

Lo scrittore e artista ne ha parlato con La Svolta, raccontando il valore di questa nuova “avventura”.

Come ha trasformato il libro che ha scritto in uno spettacolo teatrale?

In realtà il libro Noi due ci apparteniamo (edito da Fuoriscena, ndr) e il lavoro teatrale Appartenere (produzione e distribuzione Savà Produzioni Creative, ndr) sono due progetti complementari perché in teatro porto storie che non sono riuscito a inserire nel libro e propongo riflessioni che, partendo dal libro, si sviluppano e seguono percorsi anche per me assolutamente inattesi.

Lei ha dichiarato: «Il libro e lo spettacolo affermano proprio questo: in certi contesti, amare chi si vuole e come si vuole è un atto di ribellione». C’è un esempio positivo, in particolare, di donna/di uomo che può riportarci, di cui vorrebbe che si facesse memoria e che può incoraggiare, chi si trova in certi contesti, a ribellarsi?

Non è facile trovare una strada per liberarsi dal codice criminale. E non lo è perché si tratta di regole da cui la nostra società si è emancipata da poco tempo e comunque non ancora del tutto. Lomofobia, la subalternità della donna sono orrori contro cui non possiamo smettere di tenere alta la guardia. Nelle organizzazioni criminali non esistono esempi positivi, il dramma è sempre in agguato. Le racconto una storia. Tra Leoluca Bagarella e la moglie Vincenzina il matrimonio non è stato di convenienza, non per stingere alleanze o per indebolire un gruppo criminale rivale, ma un matrimonio celebrato per amore. Bagarella era un killer spietato fuori casa, ma un marito devoto tra le mura domestiche. Vincenzina, però, non riusciva a dargli un figlio e iniziò a convincersi che la causa fosse la ferocia con cui la mafia stava uccidendo bambini. Bagarella un giorno tornò a casa e trovò sua moglie morta suicida: si era impiccata. Vincenzina si era liberata, aveva liberato il suo corpo dal codice, ma lo aveva fatto togliendosi la vita.

«Se siamo amati conosciamo delle cose di noi che altrimenti non conosceremmo», afferma durante lo spettacolo. Pensando a questa battuta, quale tra le storie che ha riportato nel libro e che sceglie di raccontare in scena quella che più lha colpita in questo senso?

Sicuramente quella di Matteo Messina Denaro. Lui non si è mai sposato. Ha scelto di non farlo probabilmente per non trovarsi nella condizione di trasgredire una regola fondamentale per chi fa parte di Cosa nostra, soprattutto in ruoli apicali: la monogamia. Ma allo stesso tempo, pur non avendo mai aspirato davvero a ricoprire il gravoso ruolo del capo, non credo avrebbe mai immaginato di temere, negli anni della latitanza, più delle forze dellordine, lira delle donne che amava. Matteo Messina Denaro, braccato dalle polizie di tutto il mondo, più di ogni altra cosa teneva che le sue amanti potessero incontrarsi per strada.

Qual è, per lei, laccezione positiva (se esiste) di appartenere?

Lo spazio della condivisione. Lo spazio della fiducia che deriva dalla conoscenza profonda. Ma mentre penso questo e lo scrivo, ho sempre il timore di star mentendo a me stesso. Non so se il concetto di appartenenza possa davvero avere una accezione positiva.

La prima volta in cui è andato sul palcoscenico in prima persona è stato al Piccolo Teatro Grassi di Milano con La bellezza e l’inferno nel 2010.; ne aveva anche confessato lemozione (che traspariva). C’è stato un episodio, trattandosi di un incontro tra corpi e di spettacolo dal vivo, che lha molto emozionata?

Tanti episodi mi hanno emozionato. E in teatro grazie a chi mi è stato accanto e mi ha preso per mano credo di essere anche cresciuto, umanamente e professionalmente. Serena Sinigaglia mi ha diretto nella mia prima esperienza teatrale. È stata molto delicata nel capire che quello non era uno spazio che mi apparteneva e a cui io sentivo di appartenere (ecco che il concetto torna). Mi sentivo un abusivo. Poi è piombato (letteralmente!) nella mia vita quel genio di Mimmo Borrelli. È stato un terremoto vero… non ci ho capito più niente e mi sono innamorato dello spazio teatrale. Ho iniziato a considerarlo un luogo sacro in cui si celebra un rito. Sempre uguale ma sempre diverso.

Ci sono due momenti diversissimi tra loro che non dimenticherò. Quando nel 2010 portammo a Milano, e poi a Parigi e Berlino, La bellezza e l’inferno raccontavo la storia del Kalašnikov e avevo con me un Kalašnikov con i meccanismi piombati quindi assolutamente inerte. Mentre raccontavo la storia dellarma che ha cambiato il mondo, il Kalašnikov girava tra il pubblico. Mi fermavo ogni sera per scrutare la reazione di chi lo teneva in mano. Non è scontato, non puoi sapere come reagirà il tuo corpo fino a che un’arma, seppure innocua, è nelle tue mani. È stato un esperimento antropologico vero e proprio.

E non dimenticherò mai lesperienza con Sanghenapule, dapprima a Milano, in un contesto con cui poteva sembrare non esserci appartenenza perché lo spettacolo ha una lingua poetica, letteraria, onomatopeica, un napoletano letterario meraviglioso e musicale. E poi lapprodo al Bellini di Napoli. Tutto esaurito per oltre due settimane, recite aggiunte, lentusiasmo e laffetto di Roberta, Gabriele e Daniele Russo, e Mimmo Borrelli che mi dice: «Robbè, mo ho capito cosa mancava a Sanghenapule: Napoli!».

Saviano ha debuttato a Sulmona ed è stato in scena all’Auditorium Parco della Musica di Roma, al Colosseo di Torino, al Politeama di Genova, all’Arcimboldi di Milano, al Duse di Bologna; le date della tournée di Appartenere sono sempre in aggiornamento. Queste sono quelle confermate a oggi:

24 luglio Varese, Giardini Estensi

27 luglio Matera, Parco del Castello Tramontano

28 luglio Melpignano, Palazzo Marchesale

22 agosto Castelnuovo di Garfagnana, Fortezza di Mont’Alfonso

3 settembre Fiesole, Teatro Romano Fiesole

Leggi anche
Spettacolo
di Silvia Trovato 4 min lettura
Mafia
di Eloisa Del Giudice 4 min lettura