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Intimidazioni amministratori pubblici: 315 episodi nel 2023

Secondo il report di Avviso Pubblico, ogni 28 ore si registra un caso di minaccia o violenza contro sindaci, istituzioni locali e dipendenti della Pubblica Amministrazione. La Svolta ne ha parlato con Claudio Forleo, responsabile dell’Osservatorio parlamentare dell’associazione
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17 maggio 2024 Aggiornato alle 13:00

Nel 2023 sono stati 315 gli atti intimidatori di minaccia e violenza censiti da Avviso Pubblico a danno di sindaci, amministratori locali e dipendenti della Pubblica Amministrazione, con un incremento al Nord Italia che rappresenta il 39% del totale.

Questo è il quadro fornito dall’ultimo rapporto Amministratori sotto tiro, presentato a Roma da Avviso Pubblico. Per la prima volta la Calabria (e in particolare la provincia di Cosenza, dove sono stati registrati ben 30 atti di intimidazione in 15 differenti aree comunali) si attesta la Regione italiana più colpita, con 51 episodi di atti intimidatori. Seguono la Campania, la Sicilia e la Puglia.

Questi dati confermano come esista (e sia sempre esistito) il fenomeno mafioso sul nostro territorio, ma allo stesso tempo evidenziano come vengano denunciati maggiormente gli attentati e le minacce; si registra, quindi, una resistenza alla criminalità organizzata da parte di amministratori che non cedono alle pressioni.

«I dati negli ultimi anni sono in calo (il picco venne raggiunto nel 2018 con 574 casi) ma parliamo sempre di 1 caso ogni 28 ore. Sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti e dipendenti degli Enti locali finiscono sotto tiro della criminalità organizzata, che in questo modo intende condizionare le loro scelte politico amministrative» ha spiegato a La Svolta Claudio Forleo, responsabile dell’Osservatorio parlamentare di Avviso Pubblico.

Parliamo di “Amministratori sotto tiro”: ma da chi sono minacciati?

Circa 1 caso su 4 vede protagonisti comuni cittadini: uomini e donne che si scagliano contro gli amministratori locali per scelte a loro sgradite o perché hanno difficoltà economiche, oppure manifestando tendenze estremiste. Il fenomeno delle intimidazioni pertanto non è solo una questione criminale, ma affonda le radici anche nella situazione socioeconomica di un territorio.

Dove il fenomeno è più sviluppato e perché?

Storicamente il Mezzogiorno è il più colpito, soprattutto le 4 Regioni in cui sono nate le cosiddette mafie storiche (Calabria, Campania, Sicilia e Puglia), ma il fenomeno è nazionale. Nel 2023 il 40% dei casi censiti dal rapporto si è verificato nelle regioni del Centro-Nord. Nel Mezzogiorno la criminalità è più propensa a utilizzare intimidazioni eclatanti, e il tessuto sociale in certi casi ne è quasi assuefatto, mentre nelle altre Regioni si tende a minacciare l’amministratore con modalità che non innescano allarme sociale.

Le modalità di intimidazione tra Nord e Sud Italia cambiano? Dove ci sono più conseguenze?

Al Sud l’incendio (di auto, di case, di mezzi o strutture comunali) è la tipologia più diffusa. Al Centro-Nord si usano maggiormente i social network, non solo per minacciare ma anche per diffamare, e le scritte sui muri in cui si augura all’amministratore di turno di fare una brutta fine se non farà questo o quello. Ci sono province in cui svolgere il ruolo di amministratore locale significa mettere in conto il fatto di ricevere intimidazioni. Ed è inaccettabile.

Si denuncia sempre di più rispetto al passato?

Il lavoro che ha svolto Avviso Pubblico è stato prezioso, soprattutto per porre all’attenzione mediatica e istituzionale un fenomeno sommerso. Oggi si denuncia di più rispetto a 15 anni fa, ma resta una “cifra oscura” di atti che non vengono denunciati né pubblicamente né alle autorità preposte. Ed è controproducente, perché finisce per isolare ancora di più l’amministratore o gli amministratori colpiti.

L’avvicinarsi delle elezioni incrementa il fenomeno?

In genere sì. Se l’obiettivo delle intimidazioni è condizionare le scelte dell’intimidito, la campagna elettorale rappresenta il momento “ideale” per lanciare messaggi, per provare ad avvicinare i candidati o, nei casi più estremi, per convincere uomini e donne a ritirare la propria candidatura. Quando questo succede è un colpo enorme inferto alla democrazia.

Per contrastare il fenomeno servono interventi delle Istituzioni a livello legislativo e un’attenzione mediatica più forte?

Serve consapevolezza, a tutti i livelli. Gli amministratori che subiscono minacce devono denunciare, la cittadinanza deve esporsi e non lasciare solo/a l’amministratore o l’amministratrice che ne è vittima. Queste situazioni non colpiscono il singolo, ma l’intera comunità perché se gli amministratori sono condizionati nelle scelte, si possono aprire praterie per l’illegalità e per quegli interessi criminali che finiscono per impoverire un territorio. Le Istituzioni devono proseguire nel percorso intrapreso negli ultimi anni, facendo sentire la presenza dello Stato nei territori ad alto rischio. E la stampa deve tenere gli occhi aperti, soprattutto nei Comuni più piccoli, dove si concentra il più alto numero di atti intimidatori.

Avete realizzato un focus anche sulla violenza politica all’estero grazie alla Ong Acled, non è solo un problema italiano quindi

La collaborazione con Acled (Armed Conflict Location and Event Data Project, organizzazione non governativa statunitense specializzata nella raccolta di dati, analisi e mappature dei conflitti nel mondo, ndr) ci consente di proseguire un percorso iniziato nel 2019, quando presentammo il rapporto Amministratori sotto tiro al Parlamento europeo. All’epoca ci chiedevamo se il fenomeno fosse solo italiano. I dati raccolti da Acled dimostrano che la risposta è negativa. Nel 2023 a esempio molti amministratori locali francesi sono stati minacciati o colpiti da atti di violenza. Non è solo un problema italiano, ma in Italia è più costante rispetto ad altri Paesi europei.

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