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Beyond Utopia: vita e fuga dalla Corea del Nord

Il documentario, diretto da Madeleine Gavin, raccoglie una serie di racconti sulla quotidianità all’interno del Paese, dal punto di vista di chi ha deciso di fuggire e vivere altrove
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19 maggio 2024 Aggiornato alle 11:00

«Immagina svegliarti un giorno e renderti conto di essere nato su un pianeta completamente diverso, che tutto quello che hai imparato fino a ora è una bugia e la storia del tuo Paese è stata costruita a tavolino, tutti intorno a te hanno subito il lavaggio del cervello e gli eroi che adoravi, in realtà, erano tiranni mostruosi. Quella che sembra una trama per un perfetto romanzo di fantascienza, è la folle realtà per chi viene dalla Corea del Nord come me».

Con queste parole Hyeonseo Lee, disertrice nord-coreana e autrice del bestseller The girl with seven names, spiega che cosa ha significato per lei vivere nel suo Paese originario, fino al momento in cui non ha deciso di fuggire.

Quella di Lee è una delle molte testimonianze raccolte all’interno di Beyond Utopia, documentario diretto da Madeleine Gavin e incentrato sulla vita in Corea del Nord. Attraverso una serie di riprese nascoste, alternate a interviste frontali, Gavin cerca di restituire allo spettatore in maniera più fedele possibile cosa succede dentro un Paese ancora così misterioso e poco conosciuto agli occhi dell’Occidente.

La regista ha coinvolto varie personalità, dagli attivisti e coloro che sono riusciti a fuggire dal regime fino a studiosi ed esperti della storia delle due Coree. Oltre alle riprese realizzate ad hoc per il documentario, viene fatto largo ricorso a filmati d’archivio e immagini di repertorio, che restituiscono la molteplicità di voci che, come tasselli di un mosaico, aiutano a fornire allo spettatore un disegno chiaro di cosa sia davvero l’esistenza in Corea del Nord.

Oltre al contesto storico, Gavin segue in prima persona il tentativo di fuga di una famiglia, che intende raggiungere il resto dei parenti già stabilitisi in Corea del Sud. Quella che viene indagata, in particolare, è la rete nascosta e segreta di aiuti nei confronti di chi vuole lasciare il Paese.

Attraverso una underground railway (ferrovia sotterranea) le persone che si trovano al sicuro in un altro Paese cercano di fornire quanta più assistenza possibile a chi vuole abbandonare la Corea del Nord. Seungeun Kim, una delle principali figure che opera all’interno di questa “ferrovia” spiega quanto sia diventato rischioso andarsene per le persone, soprattutto a causa della morsa che Kim Jong-Un ha iniziato a stringere su quelli che vengono considerati veri e propri atti di defezione: «Quando Kim Jong-Un ha preso il potere, ha reso la fuga un atto di alto tradimento. Dopo questo provvedimento, i soldati hanno iniziato a ricevere premi e vacanze extra per aver ucciso le persone che cercavano di scappare».

Chi decide di fuggire va incontro a un destino particolarmente pericoloso: non si tratta, semplicemente di attraversare il fiume, ma di arrivare in un Paese sicuro e non collaborazionista con la Corea del Nord. Nella maggior parte dei casi, i fuggitivi possono dirsi davvero al sicuro solo quando arrivano in Thailandia, mentre Cina, Laos e Vietnam, dai governi simpatizzanti con quello nordcoreano, rappresentano paesi ad alto rischio.

Se chi tenta di scappare viene invece catturato dalle autorità, deve scontare la pena in un campo di lavoro forzato e spesso, se questa è la condanna, la famiglia perde le sue tracce, con il concreto rischio di non rivederlo mai più.

Vivere in Corea del Nord, a detta dei “disertori” corrisponde a vivere dentro un’utopia fabbricata, come sottolinea il titolo del documentario il cui intento è smascherare questa menzogna collettiva dentro cui un popolo intero vive da decenni. Fin dalla tenera età, ai bambini sono imposti ritmi scolastici severissimi, accompagnati da una propaganda martellante che vede gli Stati Uniti come il principale nemico del popolo nordcoreano.

Tutto quello che viene richiesto a un cittadino di fare è sempre in funzione del bene superiore, della preservazione del Paese e ogni sacrificio viene giustificato come un atto d’amore verso il leader nordcoreano.

La propaganda sotto cui un popolo intero viene cresciuto diventa presto un elemento interiorizzato della persona e lo dimostra bene una anziana signora in fuga dalla Corea del Nord che, quando le viene chiesto che cosa pensa davvero del proprio Paese, comunque continua a difendere il capo di stato Kim Jong-Un, considerandolo un eroe e una persona attenta ai bisogni del proprio popolo. Alla domanda che le viene posta dalla figlia, però, su quante volte Kim Jong-Un sia stato in grado di sfamare la famiglia, segue un pesante silenzio, in grado di comunicare più di quanto le parole non possano fare.

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