Diritti

Una piccola e media impresa su tre ha una visione problematica della maternità

Fondazione Gi Group e Gi Group Holding, in collaborazione con Valore D, mostrano come il 60,3% delle grandi aziende sia impegnato in attività di informazione sull’esistenza del congedo di paternità obbligatorio (contro il 46,7% delle Pmi). È abbastanza?
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Chiara Manetti
Chiara Manetti giornalista
Tempo di lettura 5 min lettura
15 maggio 2024 Aggiornato alle 15:00

Che ruolo possono avere le imprese nell’affrontare il tema della natalità, della genitorialità e della partecipazione delle donne nel mercato del lavoro? Lo studio di Gi Group Holding e Fondazione Gi Group, in collaborazione con Valore D dal titolo Donne, Lavoro e Sfide Demografiche. Modelli e strategie a sostegno dell’occupazione femminile e della genitorialità, cerca di rispondere a questa domanda: lo scopo della ricerca è quello di scoprire come intervenire sia a livello Paese che a livello aziendale per far sì che vengano create le condizioni affinché lavorare e avere figli sia, per le famiglie italiane, una “reale scelta”.

Nel 2023 l’Italia è scivolata al 79° posto su 146 Paesi nel Global Gender Gap Index, perdendo 16 posizioni rispetto alle rilevazioni 2022. In attesa di conoscere a che punto della classifica si è collocata l’Italia nel 2023, la ricerca individua alcune soluzioni per affrontare un tema con cui, da anni, questo Paese continua a fare i conti.

La ricerca combina un approccio multidisciplinare e multistakeholder, l’analisi della letteratura internazionale e uno sguardo comparato su 6 Paesi europei (Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna e Svezia), ma anche l’ascolto delle imprese, sia Pmi (piccole e medie imprese) che aziende multinazionali. Nelle Pmi, a differenza delle aziende di maggiori dimensioni, ancora oggi prevale una visione della maternità come un valore che “crea complessità organizzative”: lo segnala il 30,9% delle Pmi contro il 10,9% nelle grandi aziende.

Entrambe le realtà, tuttavia, presentano iniziative per promuovere la condivisione dei carichi di cura: 2 grandi aziende su 3 (60,3%) sono impegnate in attività di informazione sull’esistenza del congedo di paternità obbligatorio, rispetto al 46,7% delle Pmi. Ma sono proprie le piccole e medie imprese a essersi impegnate di più a estendere la durata del congedo di paternità (29,8%) rispetto a quelle di grandi dimensioni (26,0%).

Per quanto riguarda il welfare aziendale, le Pmi (37,1%) e le grandi aziende (46,6%) hanno messo a disposizione per prima l’assistenza sanitaria integrativa con copertura anche per i figli. Secondo la ricerca, il 31,1% delle Pmi e il 32,9% delle grandi aziende intende implementare nidi aziendali o convenzioni con asili nido sul territorio.

Lo studio mostra anche come, in Italia, prevalgano ancora stereotipi sul tema maternità e occupazione: secondo i risultati della World Values Survey (WVS), un’ampia indagine condotta ogni 5 anni su 100 Nazioni, la maggioranza degli intervistati (54,1%) concorda con l’affermazione che una madre che lavora danneggia il figlio, per esempio (contro una media Ue del 30%).

Tra i 6 Paesi mappati dalla ricerca di Fondazione Gi Group e Gi Group Holding insieme a Valore D, l’Italia è l’ultimo per numero di coppie con figli 0-14 anni dove lavorano entrambi i partner (51,1%). Per fare un paragone con l’estero: in Spagna la percentuale è del 63,2%, del 69% in Germania, del 69,2% in Francia, del 78% in Olanda e del 78,9% in Svezia. Abbiamo, inoltre, il più alto tasso di inattività femminile in Europa (31%, rispetto a una media Ue del 18,2%) e la più ampia quota di donne che lavora in part-time involontario (il 51,7%, oltre 30 punti percentuali sopra la media europea del 19,6%).

Il fenomeno delle dimissioni legate alla cura dei propri figli, poi, è ancora strettamente femminile: su 71.727 richieste avanzate nel 2022, il 75,4% è stato presentato da lavoratrici e il primo motivo è la difficoltà di conciliazione lavoro/famiglia a causa della mancanza di servizi a sostegno dei genitori.

Secondo Chiara Violini, presidente di Fondazione Gi Group le soluzioni ruotano attorno a 3 pilastri: valorizzare i giovani; eliminare gli stereotipi culturali; potenziare servizi per l’infanzia e dei congedi (guardando, in particolare, a Germania e Svezia).

«Un mercato del lavoro che non è in grado di sostenere l’occupazione femminile e agevolare le scelte di genitorialità è un mercato destinato a collassare - ha spiegato Violini - Le soluzioni però ci sono, come evidenzia lo studio che abbiamo realizzato insieme a Valore D, e per attuarle è fondamentale intervenire in modo strutturato e con una visione di lungo periodo su tre grandi ambiti. Innanzitutto, occorre valorizzare i giovani, favorendone un’opportuna transizione al mercato del lavoro, sostenendo il raggiungimento della loro autonomia economica». Poi, «serve un forte cambiamento culturale, capace di rimuovere gli stereotipi che penalizzano ancora fortemente le donne e le madri. Terzo, è necessario potenziare le misure per la conciliazione e la condivisione dei tempi di vita con quelli di lavoro, in particolare nella componente dei servizi per l’infanzia e dei congedi». In questo scenario, secondo Violini, «l’intervento pubblico può essere determinante», ma le aziende possono «agire da apripista».

Barbara Falcomer, direttrice generale di Valore D, ha dichiarato che «molte delle aziende associate a Valore D hanno messo in atto politiche che si rivolgono e coinvolgono entrambi i genitori. Tra queste, l’estensione della durata del congedo di paternità (fino a 4 mesi), lo smart-working, la creazione di asili aziendali o le convenzioni con strutture territoriali che promuovono attività di sostegno concreto e coaching alle famiglie, e iniziative di accoglienza e reskilling delle donne al rientro dal congedo di maternità». Si tratta di politiche di supporto alla genitorialità «più diffuse nelle grandi imprese, meno nelle Pmi, che spesso hanno meno risorse e talvolta sono più legate a una visione tradizionale dei ruoli. C’è bisogno di scardinare cultura e sistema con politiche di incentivazione più forti al welfare, e anche agire sul piano legislativo per equiparare i congedi genitoriali».

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