Ambiente

Aviaria Texas: virus trovato in mucche e acque reflue

Secondo un articolo pubblicato su Nature, il ceppo potrebbe diventare endemico tra i bovini, favorendo la possibile diffusione anche tra gli umani. La Fda e l’Oms sconsigliano di bere il latte non pastorizzato, ma senza allarmismi: il rischio è molto basso
Credit: Subtle Cinematics 
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14 maggio 2024 Aggiornato alle 18:00

A marzo un lavoratore di una azienda di latte e formaggi in Texas aveva avuto improvvisamente gli occhi molto rossi: unico sintomo che qualcosa non andava. Successive analisi hanno stabilito che quel sintomo potrebbe essere riconducibile al primo caso di persona, che lavorava a stretto contatto con le mucche, con l’H5N1 preso dai bovini.

L’aviaria, il virus che ha ucciso milioni e milioni di polli (soprattutto negli ultimi 4 anni) solitamente non colpisce l’essere umano, perché non ha la capacità di svilupparsi fra noi. Questo primo caso texano, legato alle mucche e non agli uccelli, insieme ad altri campanelli d’allarme recenti, apre però a un interrogativo imminente: siamo preparati all’influenza aviaria fra gli umani e a una possibile altra pandemia?

Dal latte alle acque reflue, dai mammiferi del giardino di casa sino alla capillare presenza del virus (persino in Antartide): ci sono seri motivi di preoccupazione fra la comunità scientifica che, senza allarmismi, esortano a farci tenere alta l’attenzione.

Come noto, l’H5N1 finora ha impattato soprattutto gli uccelli, dall’Asia sino agli Stati Uniti. Dal 2020 il ceppo influenzale ha però interessato anche vari mammiferi, come i bovini oppure le volpi. Il caso di possibile passaggio del virus da mammifero a persona è molto recente, per cui c’è ancora poca conoscenza sugli sviluppi relativi per esempio alle infezioni fra bovini.

Il problema è che ora sono stati trovati sempre più bovini infetti, in ben 9 stati Usa (soprattutto in Texas) e un articolo su Nature avverte che il ceppo potrebbe diventare endemico nei bovini, favorendo in futuro la diffusione fra gli esseri umani.

Il virus è stato trovato anche nel latte, suggerendo che potrebbero esserci diverse mucche asintomatiche infettate. Non solo: era presente anche nel 20% dei campioni di prodotti a base di latte pastorizzato, di fatto riscaldato (e dunque teoricamente in grado di uccidere agenti patogeni). Nonostante questo processo dovrebbe eliminare e uccidere i virus, il latte conteneva comunque frammenti del virus.

Tuttavia, sono state fatte analisi successive che indicano come il latte pastorizzato sia sicuro, mentre quello crudo no, tanto che la Food and Drug Administration (Fda) sconsiglia vivamente di bere latte crudo.

I test sul latte pastorizzato dimostrano “in modo conclusivo che la pastorizzazione standard inattiva l’influenza durante la lavorazione del latte crudo” e dunque “pastorizzazione equivale a sicurezza”. Resta di fatto però un problema: come affermano diversi scienziati, l’influenza aviaria nei bovini è una “nuova presentazione della malattia” e quindi i ricercatori dovranno effettuare sempre più studi per comprenderne i rischi. Nel frattempo anche l’Oms, organizzazione mondiale della Sanità, ha diffuso un monito in cui chiede di fare attenzione nel bere latte crudo.

Oltre alla questione latte c’è poi quella dell’acqua. I ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston hanno rilevato il virus nelle acqua reflue di 9 città del Texas, tra il 4 marzo al 25 aprile, quando sono stati registrati i focolai di H5N1 negli allevamenti e il primo contagio umano.

“L’analisi del genoma riscontrato nelle acque suggerisce l’origine aviaria o bovina dell’H5N1, ma non è stato possibile escludere altre potenziali fonti, in particolare l’uomo”, sostengono gli esperti «Questa indagine ci dice che il virus dell’aviaria è presente nelle feci, ovviamente, ma non sappiamo se provenienti da bovini o dall’uomo. Potrebbe trattarsi di bovini asintomatici e questo non è un buon segnale», ha detto ai media l’epidemiologo Massimo Ciccozzi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

In generale, sostiene il virologo olandese Ron Fouchier dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam, fra i più esperti di H5N1, oggi è dunque necessaria una nuova e grande attenzione verso la diffusione dell’aviaria.

Ma, in caso di diffusione del virus anche fra gli umani, saremmo pronti per una potenziale pandemia? Oggi esistono 2 vaccini candidati contro un ceppo, ma siamo pur sempre nel campo delle ipotesi. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per una eventuale pandemia H5N1 potrebbero essere prodotte “tra 4 e 8 miliardi di dosi di vaccini antinfluenzali entro un anno”. Ma con più cicli di dosi necessari, ne servirebbero ovviamente molte di più.

Di fatto però non c’è ancora nessun allarme per una possibile diffusione tra esseri umani: siamo ancora a un livello di rischio molto basso, anche perché da quando l’H5N1 è stato identificato nel 1996 nelle oche in Cina, ci sono stati circa 900 casi umani di influenza aviaria (collegata agli uccelli) senza particolari patologie o impatti sulla salute.

Come ha detto Gianni Rezza del San Raffaele di Milano, «L’adattamento del virus all’uomo non è ancora efficiente. È difficile dire se si adatterà all’uomo tanto da diventare trasmissibile da persona a persona. Si può escludere? No. Succederà sicuramente? Non lo sappiamo».

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