Diritti

Amnesty International: gli studenti cinesi sono sotto sorveglianza

Il rapporto On my campus, I am afraid rivela una campagna di repressione transnazionale nelle università straniere. Le autorità di Pechino cercano di impedire il coinvolgimento in questioni “delicate” o politiche
Credit: Akson
Chiara Manetti
Chiara Manetti giornalista
Tempo di lettura 5 min lettura
14 maggio 2024 Aggiornato alle 13:00

Nel nuovo rapporto “On my campus, I am afraid” (Nel mio campus, ho paura), Amnesty International ha raccolto una serie di testimonianze di studenti e studentesse originari della Cina che avrebbero subito, da parte di Pechino, una repressione transnazionale durante gli studi universitari all’estero, in Europa e Nord America. Secondo i loro racconti, sarebbero stati fotografati e seguiti durante delle proteste nelle loro città ospitanti, mentre le famiglie in Cina venivano prese di mira e minacciate dalla polizia per via del loro attivismo.

Quando la studentessa cinese Rowan (nome di fantasia) ha partecipato a una commemorazione della repressione di piazza Tienanmen del 1989, suo padre è stato contattato dai funzionari della sicurezza di Pechino: gli è stato detto di “educare sua figlia che studia all’estero a non partecipare a nessun evento che possa danneggiare la reputazione della Cina nel mondo”. Durante la manifestazione, Rowan non aveva condiviso il suo vero nome con nessuno, né scritto qualcosa online sul suo coinvolgimento, quindi è rimasta scioccata dalla velocità con cui i funzionari cinesi l’hanno identificata come partecipante e poi hanno localizzato e contattato suo padre. Il messaggio, secondo Rowan, era chiaro: «Sei osservato e, anche se siamo dall’altra parte del pianeta, possiamo ancora raggiungerti», ha detto a Amnesty.

In quella che la Ong definisce “la documentazione più ampia mai realizzata finora sulla repressione transnazionale del governo cinese nei confronti delle università straniere”, che in tutto il mondo ospitano circa 900.000 studenti e studentesse cinesi, Amnesty International ha condotto interviste approfondite con 32 di loro, di cui 12 provenienti da Hong Kong, che studiano in università presenti in Belgio, Canada, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. Secondo il rapporto, vivrebbero nel timore di intimidazioni, molestie e sorveglianza mentre “le autorità cinesi cercano di impedire loro di impegnarsi su questioni “delicate” o politiche mentre si trovano all’estero”.

Per impedire agli studenti di criticare il governo cinese o le sue politiche dall’estero, i funzionari cinesi hanno molestato i loro familiari nella Cina continentale revocando loro i passaporti, licenziandoli, impedendo loro di ricevere promozioni e benefici pensionistici, o addirittura limitando la loro libertà fisica. Sarebbe accaduto ai parenti di quasi un terzo degli studenti intervistati. In almeno tre casi, poi, la polizia cinese avrebbe anche esercitato pressioni o dato istruzioni affinché tagliassero il sostegno finanziario ai loro figli per costringerli al silenzio. Quasi la metà, tra cui Rowan, ha detto di essere stata fotografata o registrata in occasione di eventi da parte di individui che credevano agissero per conto dello Stato.

Sarah Brooks, direttrice di Amnesty International per la Cina, ha dichiarato che «l’assalto delle autorità cinesi all’attivismo per i diritti umani si sta manifestando nei corridoi e nelle aule delle numerose università che ospitano studenti cinesi e di Hong Kong. L’impatto della repressione transnazionale della Cina rappresenta una seria minaccia al libero scambio di idee che è al centro della libertà accademica, e i governi e le università devono fare di più per contrastarlo». Molti studenti cinesi all’estero, spiega Amnesty, hanno preso parte a manifestazioni pubbliche critiche nei confronti del governo cinese, comprese le proteste del “White Paper” del 2022 nella Cina continentale, le proteste pro-democrazia del 2019 a Hong Kong e le commemorazioni annuali della repressione di Piazza Tiananmen del 1989 a Pechino. Queste attività, secondo il rapporto, avrebbero attirato l’attenzione delle autorità cinesi, ma anche ripercussioni che si traducono nel fenomeno della repressione transnazionale: “azioni del governo volte a mettere a tacere, controllare o scoraggiare il dissenso e le critiche da parte dei cittadini all’estero, in violazione dei loro diritti umani”.

Quasi tutti gli studenti intervistati hanno affermato di essersi autocensurati mentre si trovavano all’estero per paura di ritorsioni da parte delle autorità cinesi. La maggioranza ha riferito di aver limitato la propria partecipazione in classe a causa del rischio percepito di essere segnalati alle autorità statali cinesi, e un terzo ha detto di aver cambiato il focus dei loro studi o abbandonato interamente la carriera accademica. Gli intervistati provenienti da Hong Kong hanno affermato che le leggi repressive della città, tra cui l’articolo 23 promulgato di recente, hanno esacerbato le loro paure perché queste leggi possono essere utilizzate per prendere di mira persone in qualsiasi parte del mondo. Amnesty International chiede ai governi e alle università ospitanti di fare di più per proteggere chi è vittima della repressione transnazionale di Pechino: “Gli 8 Paesi descritti in questo rapporto, e i molti altri che ospitano studenti cinesi e di Hong Kong, hanno l’obbligo di proteggere gli studenti internazionali sotto la loro giurisdizione”.

Leggi anche
Esteri
di Chiara Manetti 3 min lettura
Discriminazioni
di Chiara Manetti 3 min lettura