Diritti

Cina: la vicepresidente di Baidu si dimette dopo le critiche ai dipendenti

Il primo maggio Qu Jing, a capo delle pubbliche relazioni del motore di ricerca cinese, aveva pubblicato alcuni video in cui sosteneva che i dipendenti non avessero diritto a ferie o pause. Sui social si è aperto un dibattito sul cosiddetto “sistema 996”
L'ex capa delle pubbliche relazioni del gigante tecnologico cinese Baidu, Qu Jing, in uno screenshot di un video pubblicato sui social media. 
L'ex capa delle pubbliche relazioni del gigante tecnologico cinese Baidu, Qu Jing, in uno screenshot di un video pubblicato sui social media.  Credit: Qu Jing/Douyin
Chiara Manetti
Chiara Manetti giornalista
Tempo di lettura 4 min lettura
13 maggio 2024 Aggiornato alle 18:00

«Perché dovrei prendere in considerazione la famiglia del dipendente? Non sono sua suocera. Non sono nemmeno tua madre. Mi interessano solo i risultati e il nostro rapporto si basa sul lavoro». Le parole di Qu Jing, responsabile delle pubbliche relazioni del motore di ricerca cinese Baidu, hanno fatto il giro dei social media la scorsa settimana, spingendo la manager a scusarsi e a dimettersi dal suo ruolo.

Secondo quanto riportato dalla Cnn, il sostegno della dirigente alla “cultura tossica del posto di lavoro” avrebbe avuto delle ritorsioni direttamente sulla sua carriera all’interno dell’azienda, “facendole perdere il lavoro”. Il South China Morning Post, il media online cinese 36Kr e Associated Press hanno riportato invece che la responsabile “ha lasciato la sua posizione in Baidu giovedì scorso, dopo aver suscitato “l’indignazione dell’opinione pubblica per i suoi commenti, considerati un’esaltazione della cultura del superlavoro”. La scorsa settimana Qu Jing ha pubblicato una serie di video su Douyin, la versione cinese di TikTok, rivolgendosi ai dipendenti di Baidu, che in Cina gestisce anche Ernie Bot, un servizio di intelligenza artificiale simile a ChatGPT, per spiegare loro come utilizzare al meglio i social media per promuovere il motore di ricerca.

Oltre ad aver detto che avrebbero dovuto essere disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e senza ferie, ha spiegato che il rapporto tra lei e i suoi subordinati era puramente un «rapporto tra datore di lavoro e dipendente». Qu Jing avrebbe anche minacciato di rovinare la carriera dei dipendenti che avevano inviato all’ufficio centinaia di lettere di reclamo contro di lei, garantendo loro l’impossibilità di trovare un altro lavoro nel settore, spiega Ap. Nelle clip ha anche criticato un dipendente che si era rifiutato di partire per un viaggio di lavoro di 50 giorni durante la pandemia Covid-19, quando la Cina limitava fortemente gli spostamenti e richiedeva periodi di quarantena per chi si spostava. «Perché dovrei prendere in considerazione la famiglia del mio dipendente? - ha detto - Ho 10, 20 anni più di te. Non mi sono sentita amareggiata o stanca, anche se ho due figli. Chi sei tu per dirmi che tuo marito non lo sopporta?».

Il contenuto di quelle clip ha suscitato indignazione, diventando un argomento di tendenza su Douyin e Weibo, una piattaforma cinese simile a X: gli utenti hanno definito l’approccio di Qu Jing aggressivo e insensibile e hanno accusato lei e Baidu di promuovere un ambiente di lavoro tossico. La scorsa settimana, Qu Jing ha scritto sul suo account privato di WeChat, dove ha spiegato di non aver chiesto il permesso a Baidu prima di pubblicarli e ha chiarito di non aver espresso la posizione ufficiale dell’azienda. «Molte critiche sono molto pertinenti, sto riflettendo profondamente e le accetto con umiltà - ha detto - Ci sono molte cose inappropriate (dette) nel video che hanno causato incomprensioni esterne sui valori e sulla cultura aziendale, causando gravi danni. Mi scuso sinceramente». Poi si è impegnata a migliorare il suo stile di comunicazione e di gestione e a prendersi più cura dei propri colleghi. I video, nel frattempo, sono stati rimossi.

Qu Jing ha fatto riferimento al sistema di 996 ore lavorative, adottato illegalmente da molte aziende in Cina, soprattutto tecnologiche. Il nome deriva dall’obbligo per i dipendenti di lavorare dalle 9:00 alle 21:00, 6 giorni alla settimana. Nel 2019 un gruppo di programmatori ha lanciato una campagna che prevedeva l’inserimento delle startup che sovraccaricavano il personale in una sorta di “lista nera”. Ma la pratica non si è interrotta. Quello stesso anno Jack Ma, cofondatore di Alibaba, ha definito una “benedizione” per chiunque far parte della cosiddetta “cultura del lavoro 996”. Due anni dopo la massima Corte cinese e il ministero del Lavoro hanno pubblicato una serie di decisioni relative a delle controversie sul lavoro, che riguardavano l’obbligo dei datori al “rispetto dell’orario di lavoro nazionale” e i diritti dei lavoratori a “un adeguato compenso” e a “periodi di riposo e ferie”. Le leggi cinesi prevedono che una giornata lavorativa standard duri 8 ore, con un massimo di 44 ore settimanali.

Nel 2021 due dipendenti della piattaforma di e-commerce Pinduoduo sono morti per motivi probabilmente legati allo stress lavorativo: una giovane è crollata improvvisamente per strada mentre tornava a casa dal luogo di lavoro, mentre un altro è morto suicida. Un altro ancora si è dato fuoco dopo che, presumibilmente, spiega la Bbc, gli erano stati negati 770 dollari di stipendio. Ma le nuove generazioni di cinesi non sembrano più disposte ad accettare condizioni estreme di lavoro.

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