Futuro

L’AI è un’intelligenza reale?

Gli oggetti possono essere “naturali” o meno; ciò che è intelligibile, solo “vero” o “falso”. Non sarebbe, allora, più corretto parlare di “empirismo/ragionamento/deduzione artificiale” e lasciare da parte l’intelletto? D’altronde, anche le parole sono importanti
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17 maggio 2024 Aggiornato alle 06:30

Qualche settimana fa, su questa testata, con una riflessione come sempre acuta e illuminante, Luca De Biase ci ha ricordato a proposito della cosiddetta intelligenza artificiale, che “le parole sono importanti”.

Vorrei riprendere e proseguire questo spunto ponendo una domanda semplice, quasi elementare direi: e se parlare di “intelligenza artificiale” fosse, in fondo, un raffinato grande inganno (perlomeno semantico)?

Proviamo a rispondere a questa domanda avvalendoci di un’altra domanda altrettanto semplice ma fondamentale: cos’è l’intelligenza? La tradizione di pensiero (occidentale e non) ci viene in immediato soccorso. Il tema è ricco e complesso: limitiamoci a un primo e (necessariamente) semplificato (molto semplificato) livello di riflessione.

L’intelligenza è facoltà propria dell’intelletto, ovvero della capacità dell’umano di giungere al tutto dal niente; di penetrare l’essenza (il nous) della realtà con modalità intuitive, creative e generative; di procedere per astrazione, formare idee, categorie e concetti ed elaborare pensiero originale e compiuto; di tendere alla verità più piena, al bello, al giusto, all’utile, al buono, a Dio per chi è toccato dal dono della Fede.

Per alcuni pensatori (non per tutti, evidentemente) l’intelligenza è, addirittura, uno strumento noetico prima ancora che dianoico; che riguarda lo spirito prima ancora che la materia; che abita il mondo ideale degli intellegibili prima ancora di quello materiale dei sensibili, pur applicandosi in seconda istanza a essi.

Dunque, per sua stessa natura, l’intelligenza non potrà mai essere qualificata come “artificiale”. Solo le cose sensibili, infatti, possono essere “naturali” o “artificiali”. Le cose intellegibili, invece, potranno essere solo “vere” o “false”. Dunque, l’intelligenza potrà certamente essere qualificata come “vera” o “falsa” ma difficilmente come “artificiale” o “naturale”.

Ha affermato (ed evidenziato) recentemente Noam Chomsky: «La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, un ingombrante motore statistico finalizzato al “pattern matching”, che si ingozza di centinaia di terabyte di dati estrapolando la risposta più probabile in una conversazione o la risposta più probabile a una domanda scientifica. Al contrario, la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente e persino elegante che opera con piccole quantità di informazioni; non cerca di dedurre correlazioni grezze tra dati minimali, ma di creare spiegazioni».

Il grande filosofo, nonché linguista e cognitivista, statunitense, ci ricorda in maniera semplice che l’AI è processo e non principio di scoperta, è discorso e non indagine sulle cose, è testo e non contesto di senso.

Non sarebbe più corretto, allora, parlare di “empirismo artificiale” (artificial empiricism), di “ragionamento artificiale” (artificial reasoning), di “deduzione artificiale” (artificial deduction) o di “automazione cognitiva” (cognitive automation)? Certo, nessuna di queste espressioni ha la forza comunicativa della formula “intelligenza artificiale”. Ma sono molteplici e preoccupanti le confusioni che questa forzatura linguistica (e non solo) può indurre.

La prima: il passaggio da ”intelligenza delle cose” a ”intelligenza delle idee” ha segnato il salto evolutivo da homo faber a homo sapiens. Oggi, invece, per uno strano e inconsapevole paradosso involutivo l’homo sapiens, al culmine del proprio processo evolutivo, pare essersi determinato (almeno in parte) a risolvere la propria visione di “intelligenza” nello stesso angusto orizzonte in cui l’aveva confinata il suo predecessore homo faber: ovvero l’intelligenza come mezzo per creare strumenti limitati da risorse limitate e non già l’intelligenza come mezzo per penetrare il mondo delle idee e dei fini ultimi (che caratterizzò, invece, il salto evolutivo che ha segnato la storia).

La seconda è conseguenza della prima: retrocedendo da homo sapiens a homo faber (naturalmente nell’accezione paradossale e 6.0 del fenomeno), piuttosto che creare una macchina capace di emulare il pensiero umano si correrà il concreto rischio di creare un umano sottomesso al pensiero della macchina, un umano sopraffatto dalla ineguagliabile potenza computazionale della macchina e dalla sua capacità di generare “verità e realtà artificiali”.

In sintesi: solo la “vera intelligenza” crea l’umanità vera mentre l’intelligenza artificiale non potrà che creare l’umanità artificiale se non sarà anch’essa guidata e governata da una “vera intelligenza”. E la “vera intelligenza” è necessariamente una “intelligenza sapiente”, che dalla vera sapienza sgorga e alla vera sapienza tende.

Dal punto di vista dell’innovazione armonica (e non solo, ci si augura), appare di vitale importanza, dunque, definire preliminarmente i domini ontologici della “vera intelligenza” e di quella ”artificiale”, poiché la seconda non esiste senza la prima. Ciò è, forse, ancor più importante dell’impegno (fortunatamente rilevante) finalizzato alla regolamentazione etica, filosofica e giuridica dell’AI. Non fosse altro che per scongiurare il pericolo di promuovere una morale, una filosofia e una legislazione artificiali (o meglio ancora artificiose).

Si dirà: è solo una questione di parole. Ma, come ci ricorda Luca De Biase, le parole sono importanti, molto importanti perché definiscono il perimetro di senso e di verità delle realtà che si incaricano di rappresentare.

Ed il loro uso onesto, corretto e appropriato è (è sempre stato e sempre sarà), dunque, di fondamentale e dirimente importanza nel donare senso e verità al cammino dell’Uumano nella Storia.

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