Economia

Usa: qual è l’impatto economico della riclassificazione della cannabis?

La proposta di inserire la marijuana fra le sostanze meno rischiose consentirebbe alle aziende di ottenere agevolazioni fiscali. Secondo Gallup, l’approvazione di tale misura favorirebbe la campagna elettorale di Biden
Credit: CRYSTALWEED cannabis  

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9 maggio 2024 Aggiornato alle 08:00

Se in Italia si ragiona ancora di coltivazione domestica, ostacolata due anni fa dalla bocciatura del referendum sulla depenalizzazione della cannabis da parte della Corte costituzionale, negli Stati Uniti il dibattito è su tutt’altro livello.

La Drug Enforcement Administration (Dea), agenzia federale attiva nella lotta al traffico di sostanze stupefacenti, ha recentemente proposto una riclassificazione della marijuana, per abbassarne a livello legislativo il potenziale rischioso.

Sin dal 1971 infatti, si trova fra le sostanze senza uso medico attualmente accettato e con un alto potenziale di abuso della tabella 1, accompagnata da altre droghe di origine sintetica e semi-sintetica come eroina, Lsd ed ecstasy. L’idea della Dea sarebbe di trasferirla nella tabella 3, le cui sostanze possiedono un potenziale moderato di dipendenza fisica e psicologica, con un rischio di abuso nettamente inferiore rispetto a quello rinvenuto nelle altre tabelle.

Ne fanno parte la ketamina, gli steroidi anabolizzanti o il testosterone, la cui assunzione richiede necessariamente la prescrizione di un medico.

Il “declassamento” della pericolosità associata alla marijuana equivarrebbe a un riconoscimento ufficiale della sua utilità medica, con notevoli implicazioni economiche.

Se la proposta dovesse andare in porto, infatti, verrebbe eliminato un forte ostacolo finanziario che da tempo attanaglia i bilanci delle numerose società statunitensi attive nella produzione e commercializzazione di cannabis, che da sole valgono circa 30 miliardi di dollari.

A differenza delle altre realtà imprenditoriali, l’industria della marijuana è attualmente sottoposta alla sezione 280E dell’Internal Revenue Code (ossia il testo legislativo che racchiude tutte le leggi fiscali approvate dal Congresso degli Stati Uniti), che impedisce di ottenere crediti o detrazioni d’imposta.

Ciò significa che le aziende che partecipano alla coltivazione, vendita o lavorazione della pianta di cannabis, per uso medico o ricreativo, non possono beneficiare delle riduzioni dell’imposta dovuta, costringendo queste industrie a pagare tasse per oltre il 70% del loro reddito.

Questo divieto, dunque, rende eccezionalmente costoso portare avanti un’attività nel settore della cannabis, specialmente se si fa il confronto con le aliquote del 21% che pagano invece tutte le altre società.

L’intervento della Dea mira quindi ad appianare una situazione piuttosto paradossale in cui, nonostante 38 stati abbiano già legalizzato la marijuana per scopi medici e 24 per uso ricreativo, le varie aziende del settore possono solamente detrarre dalle loro tasse il costo delle merci vendute, dunque le spese direttamente correlate alla produzione (manodopera, imballaggio, trasporto, ecc.) e non quelle indirette come le pubblicità, il marketing oppure le spese per i servizi bancari proprio a causa dell’attuale classificazione della sostanza che commercializzano.

A questo scenario si aggiunge poi la difficoltà di accesso al credito, dato che per via delle enorme quantità di tasse da pagare sono ben poche le banche disposte a erogare prestiti per le industrie della cannabis (appena 800, stando ai dati del Dipartimento del Tesoro statunitense), generando inefficienze, difficoltà burocratiche e un monopolio del tutto inedito attorno al finanziamento di queste attività.

Basti pensare al caso di Sonoran Roots, brand di cannabis artigianale con sede a Tempe (Arizona) che nonostante il decimo posto guadagnato l’anno scorso nella prestigiosa classifica Inc. 5000 fra le aziende americane private più in rapida crescita, continua a pagare fino a 1.000 dollari al mese per la gestione del suo conto bancario. Costi che un’azienda con medesima redditività ma di diverso settore non pagherebbe.

Estendere l’applicazione di queste agevolazioni fiscali consentirebbe a produttori e punti vendita di risparmiare miliardi di dollari in tasse e incrementare i loro profitti, permettendo all’intero business della cannabis di recuperare attrattività e risorse sul mercato.

La proposta della Dea si trova attualmente sulla scrivania dell’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca in attesa di essere esaminata e per gli analisti della banca d’investimento TD Cowen l’esito potrebbe arrivare addirittura a fine mese o giugno. Dopodiché, si aprirà un periodo di commento pubblico, ossia un intervallo di tempo tra i 30 e i 90 giorni a disposizione dei cittadini per inviare input e commenti prima che una specifica agenzia prenda una decisione definitiva su una norma proposta.

Nell’eventualità in cui l’aggiornamento andasse in porto, ai benefici economici di questa filiera industriale si affiancherebbero quelli politici per l’amministrazione Biden. Non è da escludere infatti che questo interesse verso il mondo della cannabis non rappresenti una importante carta da giocare per recuperare terreno fra gli elettori in vista delle presidenziali di Novembre.

Stando infatti a un sondaggio di Gallup, multinazionale statunitense di analisi e consulenza, circa il 70% degli americani è a favore della legalizzazione della marjuana, contro un 29% in disaccordo e un restante 1% che si dichiara incerto. Il trend è decisamente popolare fra i giovani, come rilevato dal centro studi Paw Research Center, secondo cui il 71% degli under 30 statunitensi si dimostra a sostegno della legalizzazione della cannabis sia a scopo medico che ricreativo.

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di Chiara Manetti 4 min lettura